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Terremoto Emilia I paesi orgogliosi ma in difficoltà La ricostruzione pubblica fa fatica

Finale, Mirandola, San Felice, Concordia, Cavezzo e Novi lottano per ritrovare l’identità



«Il medesimo giorno vi fu un’altra scossa di terremoto con un fracasso spaventevole. Candido spaventato, confuso, smarrito, tutto insanguinato, tutto affannato dicea fra sé: “Se questo mondo è l’ottimo dei possibili che mai son gli altri?». La domanda retorica di Voltaire se la sono posti in tanti in quelle albe all’addiaccio, in quei giorni di speranza e di paura, in quelle lunghe giornate senza lavorare, dove la fraternità cittadina aveva toccato picchi inimmaginabili e che si sono andati via via spegnendosi ogni qualvolta qualcuno smontava la tenda allestita nei giardini pubblici e se ne tornava in casa.


Dieci anni dopo di quello spirito solidaristico è rimasto poco o nulla. Tutti si sono rituffati nella propria quotidianità e ormai non si domanda neanche più all’amico tuttora sfollato come stia procedendo il cantiere della sua abitazione. Meglio scordare, meglio lasciarsi alle spalle un ricordo che tende a sbiadirsi ogni giorno di più.

Eppure oggi, 20 maggio 2022, un bilancio ormai oggettivo è possibile farlo: niente pagelle ma c’è chi può sorridere e chi invece continua a crucciarsi delle difficoltà della ricostruzione. Esistono paesi di quello che è stato definito “cantiere ristretto”, ossia gli ultimi comuni ancora alle prese con l’emergenza (Carpi, Cavezzo, Concordia, Finale, Medolla, Mirandola, Novi, San Felice e San Possidonio), che ancora scontano una grave lentezza nei lavori o peggio nella progettazione del recupero delle strutture pubbliche.

Si pensi ad esempio a Finale, simbolo del 2012, azzoppata da inchieste giudiziarie dopo uno slancio iniziale da primo della classe che certamente non faceva piacere ad altri. Municipio, teatro, centro sportivo, castello e persino la torre dell’Orologio rimangono lì, fermi, quasi che dieci anni non fossero neppure trascorsi. Non un’impalcatura, non un operaio al lavoro: tutto immobile. Certo, non ci sono più le macerie, quelle le hanno fatte rimuovere, ma le ferite non si coprono né si cancellano e intanto le piante crescono sui balconi e sui tetti degli edifici pubblici.

Mirandola sta tentando di imboccare la strada giusta, i cantieri privati – così come in tutte le altre realtà – danno l’idea di una città viva, che ha voglia di svestire le impalcature riproponendosi bella e attraente. Municipio e teatro sono in fase di lavorazione, il palazzo ex Cassa di Risparmio ha appena riaperto ma il castello (sede della Fondazione) è alle prese con un percorso a ostacoli e l’ex Gil, che dovrebbe diventare la casa della polizia di Stato, sembra essere vittima del pachidermico approccio italiano, fatto di annunci a cui non seguono gli atti e i fatti. Un po’ come per la chiesa di San Francesco, altra splendida realtà, capace di attrarre la curiosità di tanti ma stretta tra i tubolari che sembrano volerla proteggere.

San Felice sta invece tentando una rimonta sul fronte privato che si era inchiodato nel recente passato. Un mese fa erano 182 le pratiche ancora in fase di lavorazione a certificare le difficoltà che i cittadini hanno dovuto scontare per quella che a qualcuno è apparsa intransigenza fine a se stessa. Un pizzico di sfortuna è invece piombata sulla ricostruzione del municipio: a lavori già assegnati ci si sono messe le difficoltà economiche dei vincitori del bando. E così la riapertura slitta, alla pari del teatro, ancora fermo ai box mentre osserva la Rocca, che invece è già partita per il secondo stralcio. Lavori che si punta a far decollare anche a Novi, da sempre considerato fanalino di coda e che si deve confrontare con il record di 241 pratiche da evadere. Ci sono intere porzioni di territorio in seria difficoltà nonostante i tangibili impegni di un’amministrazione che tra pochi giorni sarà giudicata dai cittadini novesi, chiamati a scegliere il nuovo sindaco. Nelle ultime settimane, come è normale che sia, sono stati diversi i progetti presentati tra torre dell’Orologio, strutture pubbliche e piazze. La domanda, a questo punto, è banale: riuscirà il sindaco Diacci ad inaugurare nel prossimo quinquennio i progetti già incardinati?

Chi ha ritrovato entusiasmo è invece stata Concordia, che ha subìto una radicale trasformazione del centro storico: ha salvato i portici ma il resto è tutto diverso e – si dice – anche apprezzato. Per come si era messa la situazione qualche anno fa si può parlare di capolavoro ricostruttivo anche se manca ancora tanto: il municipio, il teatro del Popolo e le chiese sparse nei paesi. Ce n’è da fare, lo sanno da quelle parti ma la strada sembra quella buona, la stessa che hanno imboccato a Medolla e anche a Carpi, città distretto che ha visto negli ultimi tempi varie inaugurazioni, ma che sconta qualche difficoltà sulle strutture ecclesiastiche, in centro storico e nelle frazioni. E allora tanto vale appellarsi alla saggezza di Gianni Rodari e fare nostri i suoi insegnamenti: non si vede più nessuno piangere il secondo giorno dopo il terremoto. La fine di quello che c’era è una cosa accaduta in un tempo già lontano. È cominciata un’altra cosa. Non si sa ancora che cosa sarà.l