Dislessia, come scoprirla e farsi aiutare da medici, logopedisti e insegnanti

Si moltiplicano le richieste di certificazione per la dislessia nei bambini, diminuiscono gli specialisti di riferimento. La prima conseguenza è l’allungamento delle procedure
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LA DISLESSIA o DSA è una condizione che fa parte dei disturbi dell’apprendimento, a parità di intelligenza, legata a fattori genetici. In Italia la percentuale di alunni che ne sono interessati arriva attorno al 3%: la prevalenza negli alunni di quarta primaria risulta il 3,5%, con alcune differenze tra le Regioni del Nord, del Centro e del Sud. Il disturbo della lettura, la dislessia evolutiva, non si caratterizza per difficoltà nella pronuncia delle parole  (questo riguarda il disturbo specifico del linguaggio) ma per un problema di automatizzazione del meccanismo di conversione e di assemblaggio delle lettere nella parola: la lettura è ostacolata da un tortuoso e faticoso “compitare” le lettere, che porta a disperdere il conseguimento della lettura della parola ed, in molti casi, del suo significato. 


C’è una legge, la 170 del 2010, che come tutte le leggi in senso astratto è ineccepibile. Ma nella pratica, dieci anni dopo la sua approvazione, resta ancora molto da fare per applicarla. Non a caso è questo il tema del convegno organizzato dall’Associazione Italiana Dislessia nell’ambito della quinta edizione della Settimana Nazionale della Dislessia, dal 5 all’11 ottobre. Obiettivo: “Riflettere sui cambiamenti avvenuti, ma anche sulle iniziative da intraprendere per una piena e reale applicazione della normativa su tutto il territorio”.  

 

Il primo rischio in agguato è la confusione. Fanno fede le interpretazioni di alcune dinamiche, talora discordanti, da parte di chi lavora sul campo. L’aumento delle diagnosi, per esempio, e quindi il significativo aumento di alunni certificati per ricevere le attenzioni previste da un preciso documento di impegno, chiamato Piano didattico personalizzato, redatto dagli insegnanti e firmato dai genitori. Secondo AIRIPA, Associazione Italiana per la Ricerca e l'Intervento nella Psicopatologia dell'Apprendimento, l’incremento dei numeri può essere dovuto ad un miglioramento della capacità di rilevazione clinica da parte di psicologi e neuropsichiatri e da una maggiore sensibilità della scuola, che nei casi più gravi, già a partire dalla conclusione delle prima primaria, in accordo con i genitori, promuove la consulenza presso i servizi specialistici, dove in genere intervengono ognuno per il proprio ambito di competenza psicologo, neuropsichiatra infantile e logopedista. Secondo la dottoressa Marisa Bobbio - pediatra con esperienza trentennale, che alla pari dei suoi colleghi si occupa delle certificazioni per l’Inps quando gli insegnanti segnalano casi di potenziale dislessia e più in generale disturbi dell’apprendimento, “sui problemi di apprendimento impatta in misura crescente anche una serie di fattori di carattere ambientale: la carenza di libri nelle case in età prescolare, e pochi quelli in età scolare, sovente limitati ai testi previsti per la didattica; il ricorso sovente precoce a telefonini e tablet per intrattenere i bambini”. Prima di tutto, aggiunge la pediatra, la mancanza di tempo: da parte delle famiglie, tallonate dal lavoro e da altri problemi, e da parte degli stessi bambini, alle prese con una fitta agenda extrascolastica basata su attività di ogni genere, con una prevalenza di quelle sportive. Così serrata da sottrarre tempo all’apprendimento. Spesso viene meno o impallidisce pure il ruolo dei nonni.  Insomma: “Guai a generalizzare, ma è plausibile pensare che sui disturbi dell’apprendimento i fattori ambientali comincino a pesare più di quelli genetici”.  

 

Un’altra discordanza riguarda gli insegnati di sostegno, peraltro insufficienti. Secondo AIRIPA questa figura non è prevista, nemmeno nelle forme gravi dislessia o altri disturbi di apprendimento. Sì invece alla personalizzazione del piano di studi, adozione di strumenti compensativi e  misure dispensative.  “Invece nel caso in cui vi fossero due o più disturbi nello stesso alunno che consigliano di avviare la richiesta dell’insegnante di sostegno, esistono procedure diverse da regione a regione per attivare l’Unità valutativa multidimensionale che decide se ricorrono i criteri previsti dalla normativa per il sostegno – spiegano dall’Associazione -. L’orientamento è quello di inoltrare la richiesta all’Inps. Una volta che la commissione ha ravvisato la presenza dei criteri per l’attribuzione di una condizione di disabilità, viene avviata la procedura di assegnazione dell’insegnante. L’assegnazione però delle ore di sostegno viene effettuata tenendo conto del verbale del gruppo di lavoro formato da insegnanti e specialisti che discutono il profilo di funzionamento dell’alunno. Stando alla dottoressa Bosio, “in caso di una dislessia  impegnativa  si attiva il percorso per ottenere l’insegnante di sostegno: spetta alla Commissione dell’Inps, convocata la famiglia, stabilire il numero di ore di cui il bambino ha diritto per avvalersene. In ogni caso, per cinque anni, il bambino potrà usufruire in media di 10 ore settimanali: l’insegnante di sostegno può cambiare di anno in anno, allo scadere dei cinque anni la Commissione rivaluterà il caso”.