Gigliotti, 80 anni tutti di corsa

Compleanno speciale per il Professore che ha portato l’Italia sul tetto del mondo

Com'è cominciata questa lunga avventura di sport?

«Al Collegio Sacro Cuore con il prof. Ponzoni che mi convinse a fare atletica: campestre e 800 metri. Negli anni Cinquanta con 1 minuto e 55 secondi su questa distanza riuscii a farmi onore in varie gare compresi gli Universitari. Atletica e rugby erano le mie grandi passioni modenesi. Nel 1954 mi iscrissi a Roma all'Isef era il terzo corso che si teneva in Italia, c'era anche Carlo Vittori, l'allenatore di Mennea record del mondo sui 200 metri».

Quando fu il passaggio da atleta ad allenatore?

«Per alcuni anni insegnai a Parma e intanto giocavo a rugby in quella squadra che era campione d'Italia. Tornando a Modena con la Fratellanza iniziai a seguire atleti come Cindolo e Finelli, e proprio Finelli che oggi a mio avviso è il migliore allenatore che esita in Italia, è stato anche uno degli atleti più forti che abbia mai allenato e visto. Se non fosse stato per gli infortuni ne avremmo viste delle belle da questo ragazzo con la schiena corta e le gambe lunghe...».

Quando la federazione si è accorta di questo prof modenese?

«Dal 1963 al 1965 sono stato convocato per alcuni raduni della Fidal (Federazione atletica leggera), poi nel 1969 ho iniziato ad allenare i mezzofondisti della compagnia atleti dei Carabinieri. Poi sono entrato nel giro della nazionale e non sono mancate le soddisfazioni dal quinto posto di Fontanella alle olimpiadi di Mosca, all'oro di Bordin a Seul. Di fatto ho seguito gli azzurri fino alle Olimpiadi di Sidney nel 2000. Adesso faccio il consulente».

Come giudichi questa esplosione, questa rivoluzione culturale, che sta portando migliaia di persone alle maratone, alle non competive della domenica?

«La cosa è positiva anche se spero che questi 40enni e 50enni che hanno scoperto o riscoperto la corsa per motivi di salute, riescano a fare andare a correre, a far fare sport anche ai loro figli. I giovani rischiano di allontanarsi dallo sport e dalla fatica».

Non c'è il pericolo che la gente associ il concetto di fatica a quello di doping?

«È questo che mi fa rabbia. La cultura del doping è folle, è falsa. Nella maratona non è assolutamente vero che prendendo l'Epo o qualsiasi altra cosa vinci le gare o fai record. Puoi anche andare più forte ma non arrivi di certo al traguardo. Il problema non è l'utilizzo e il trasporto d'ossigeno, il problema è il consumo di glicogeno, del serbatoio che ha il tuo organismo. Bordin non prendeva nemmeno una pastiglia di vitamina C. A Baldini in un mese la Federazione internazionale ha fatto quattro controlli. Rifiuto in maniera categorica l'associazione del concetto di doping al concetto di fatica».

Esistono dei limiti, dei tempi che difficilmente saranno battuti?

«No. I record esistono proprio per essere battuti. Un giorno arriveranno nuove persone e nuove metodiche di allenamento e anche il record più lontano cadrà. I tempi che vengono fatti oggi nella maratona solo qualche mese fa sembravano dei limiti».

Quali le qualità di un campione?

«Quelle di comprendere che sei un privilegiato, che la vera fatica sono la routine e i problemi di chi va in fabbrica. Io ho visto che a livello internazionale i campioni hanno fortissimo il senso del divertimento (Bordini correva 280 chilometri la settimana). Correre per loro è un piacere, faticare e superarsi anche. Bisogna saper accettare le difficoltà e sapere sdrammatizzare. La forza del cervello, la componente mentale, è enorme in un campione che fa sport. È quella molla che ti fa trovare ogni giorno nuove motivazioni.

La gioia più bella?

«Vedere un proprio atleta vincere un'olimpiade o un campionato europeo è qualcosa d'indescrivibile. A Seul pensavano fossi morto, in realtà ero solo contento per la vittoria di Bordin».

Crucci o rimpianti?

«Mi sarebbe piaciuto preparare una squadra di calcio, visto che tutti ormai si rifanno all'atletica. Ma il rimpianto maggiore è quello di non aver magari tutti i tuoi atleti in forma nello stesso momento».

Rammarico?

«Vedere cosa avrebbe potuto fare Finelli come record, come avrebbe potuto fare il bis alle Olimpiadi di Barcellona Bordin che, per quella competizione, rinunciò a 250mila dollari offertigli dalla Maratona di Boston. Il rimpianto sono le grandi imprese che ti sfuggono per una fatalità».

È vero che hai fatto fare sport a Pavarotti?

«No eravamo solo nella stessa scuola. Lui faceva il portiere della Lepanto, la squadra di calcio. Io mi ricordo di averlo visto anche un paio di volte frequentare il campo di rugby. No, Luciano ci ha fatto degli ottimi spaghetti a Nuova York quando andammo a correre la Maratona con Bordin. Era un caro amico».

La gioia più bella di un allenatore?

«Vedere che i tuoi allievi si realizzano anche nella vita perché magari con la fatica in un campo di atletica hanno appreso che il lavorare paga, perché hanno imparato a tirare fuori il meglio da loro stessi. E il fatto di aver creato a Modena una sorta di “valle della maratona” mi fa piacere perché mettiamo i campioni al fianco dei giovani e questa esperienza spesso fornisce grandi frutti e possibilità. Un ragazzo agli inizi, si rende conto della serietà e della applicazione dei grandi campioni e cercherà di imitarli. Nel campo e nella vita».

@dvdberti

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