Marcello Bombardi, l’ingegnere volante che vuole toccare il cielo sopra Tokyo 2020

Bombardi in azione

Il modenese è uomo di punta della nazionale: «La scalata ti fa vivere sensazioni incredibili, le Olimpiadi sono un sogno»

Arrampicarsi sempre più in alto fino a toccare il cielo, meglio se si tratta dell’azzurro che starà sopra Tokyo, nel 2020. È il sogno olimpico di Marcello Bombardi, speranza azzurra dell’arrampicata, disciplina che in Giappone farà il suo esordio olimpico. Modenese doc, 25 anni, ingegnere chimico, si è trasferito a Torino per studiare e allenarsi. Tesserato per il Gruppo Sportivo dell’Esercito, vive a Pont Saint Martin (Aosta) con la fidanzata Anais, e la nazionale punta su di lui per le Olimpiadi.

Quando ha iniziato ad essere un climber?


«A 8 anni, quasi per caso. Stavo cercando uno sport da praticare con mia sorella Bianca e sono finito in una palestra d'arrampicata, la Vertigine di Sassuolo. C'era un bel gruppo di ragazzi seguito da Marco Castagnetti e mi sono appassionato all'arrampicata».

Mamma e papà (Mariangela Mazzetti e Fausto Bombardi) cosa le dicevano ieri e cosa le dicono oggi che è un professionista?

«I miei genitori hanno sempre sostenuto me e mia sorella in arrampicata e nello sport. Mi seguono tanto anche ora».

Quando è perché è andato via da Modena? Le manca?

«Quando cercavo la facoltà di ingegneria chimica e ho scelto Torino, preferendo una destinazione che fosse buona per l'università ma soprattutto anche per l'arrampicata. Lì ci sono molte palestre per allenarsi e le pareti naturali a poca strada. Ora abito in Valle d'Aosta, mi mancano la famiglia e gli amici ma sinceramente preferisco qui dove abito ora rispetto alla pianura padana».

Quali sono i suoi riferimenti modenesi?

«Casinalbo, dove sono cresciuto. Ho frequentato lì le scuole elementari e medie: quanti ricordi nel parchetto accanto alla gelateria. Alle superiori ho frequentato il Fermi».

Dicono che per i pass di Tokyo è uno dei favoriti.

«A Tokyo ci penso molto ma rimane ancora lontano. Le gare di qualifica saranno il prossimo anno e sarà difficile guadagnarsi il pass per le Olimpiadi perché ci sono pochi posti, ma ce la metterò tutta: sarebbe un sogno che si avvera».

Lead, speed e boulder: dove si sente più sicuro e dove deve crescere?

«La lead (o difficoltà) è la specialità in cui sei legato ad una corda e devi arrivare più in alto, in genere su pareti di 20 metri; in speed (velocità) vince chi va più veloce su un percorso standard in tutte le gare mentre in boulder si cerca di arrivare in cima a tracciati brevi e più bassi, senza corda ma protetti da materassi. Vado meglio in lead, la specialità che mi piace di più. Dall'anno scorso ho iniziato a provare gare di boulder, anche se faccio più fatica. Alle Olimpiadi ci sarà la combinata delle tre discipline e quindi ho iniziato da poco ad allenarmi in speed».

Roccia o palestra?

«Avendo le gare come mio obiettivo primario passo molto tempo in palestra, ma l’outdoor rimane più appassionante, per il gesto e l’ambiente»

L’arrampicata più bella? E quella che invece deve ancora fare?

«Forse qualche via di più tiri nelle gole del Verdon, in Francia, o “Bumaye”, una via corta ma intensa a Margalef, Spagna, che mi ha richiesto molte energie per salirla. Due salite che sogno di fare sono “Digital crack”, una via su una guglia di roccia in mezzo al ghiacciaio del Monte Bianco a 3800 metri di altitudine, e “Biographie”, un tiro estremamente difficile nella falesia di Ceuse, Francia, che ha segnato la storia dell'arrampicata».

Cosa si prova a salire così in alto? Mai avuto paura?

«All’inizio avevo un po’ di paura dell'altezza, poi è passata. Ora mi piace la sensazione del vuoto e di vincere la forza di gravità con le proprie capacità. L'uomo è sempre stato attratto dal desiderio di poter volare e la scalata ti fa vivere sensazioni simili». —