Paltrinieri: «Voglio un posto ai Giochi nei 10 chilometri»

Nuoto. «Il fondo è un altro mondo. Tra le gare in mare e quelle in piscina sarà un mese intenso ma non sono preoccupato»

GWANGJU. Yeosu sta per «acqua magnifica» e qui, in Corea, a 80 km da Gwangju, Paltrinieri scoprirà come è profondo il mare. Ha iniziato a corteggiarlo subito dopo l’oro olimpico in vasca: 1500 metri non bastavano più alla sua carriera da campione. Ora, davanti al primo Mondiale con un orizzonte senza corsie, scopre il brivido della libertà. E il coraggio che serve per affrontarla.

Pronto a fare sul serio anche in questa distanza?


«Ho messo un po’ di esperienza dalla mia parte. Sarà un mese impegnativo, dovrò gestire la fatica: 10 km, gara a squadre e poi la piscina, i 1500 e gli 800. Con tutto quello che ho fatto per arrivare qui, secondo me, non c’è da preoccuparsi».

Vuole vincere subito?

«Voglio un posto tra i primi 10 che vale le Olimpiadi e vorrei fare il ritmo come in piscina, è una mia caratteristica, sempre all’attacco, anche se stare davanti dal 1° al 10° km mi sembra complicato. L’errore da evitare è di addormentarsi dietro al passo di qualcun altro».

Quanto è diverso il nuoto di fondo da quello a cui è abituato?

«È un altro mondo. In piscina sono tutti molto agitati, più meticolosi, stressati: si decide sul centesimo. Nel fondo ci sono 300 variabili al minuto e non puoi avere il controllo. Ti devi lasciar andare. Rilassarti, apprezzare... le acque libere».

Il mare aperto sa pure spiazzare.

«Sì, l’ho scoperto subito, al primo approccio: il giorno dopo l’oro ai Giochi del 2016. Ho assaggiato l’acqua di Rio e scoperto all’improvviso una paura bestiale. Ho pensato: ecco, adesso, appena vinta un’Olimpiade, muoio qui».

Quando sta al largo, le capita di pensare a chi in quel mare ci si butta per disperazione?

«Inevitabile. Con tutto quello che succede, i pensieri ti arrivano per forza e so quanto il mare possa diventare ostico, non oso figurarmi come ci si debba sentire per decidere di buttarsi quando non sai neanche come stare a galla. Non si scherza con il mare».

Il team di Ostia porta sempre facce diverse ai Mondiali. Lei e Detti ci siete sempre. Quanto conta stare insieme?

«Tanto, non è una cavolata questa gruppo è stimolante».

Le donne però lì non resistono. Pirozzi, ora Cusinato... scappano.

«Non saprei, non credo sia una questione di genere. Da noi è proprio dura, dal punto di vista tecnico e per la vita. Non c’è miglior struttura del centro federale dove prepararsi, ma spesso ci arrivi giovanissimo, sei isolato, lasci amici e famiglia. Cusinato comunque al suo arrivo è andata a bomba ed è pure normale che dopo un po’ ci sia bisogno di un luogo meno chiuso, di novità».

Lei e Detti state lì dai 16 anni.

«Io sono stato due volte in Australia per cambiare aria. So che con Morini come tecnico e lo staff con cui ho un feeling difficile da descrivere, ho quello che mi serve per vincere».

Ha iniziato a lavorare con Morini da adolescente, come è cambiato il vostro rapporto?

«Siamo cresciuti insieme, non abbiamo nemmeno bisogno di parlare per capirci. Io ora ho preso casa a Ostia, non c’è più la convivenza assoluta, si nuota. E basta».

A sei mesi di distanza si è fatto un’idea di cosa sia successo la notte in cui hanno sparato al suo compagno Manuel Bortuzzo?

«Non so ancora cosa pensare. Storia assurda. Senza senso».

Si aspettava una reazione così?

«Manuel ha una forza pazzesca che non mi ha sorpreso. È un guerriero, ha una voglia di vivere che lo spinge sempre oltre, non molla. Ogni piccolo miglioramento lo fa sentire più convinto».

Cosa le ha insegnato?

«Mi dà una supercarica. Lui crede all’idea di superare una sorte più che avversa e convince anche te che non ci siano limiti».

Nel 2020 vuole cimentarsi anche nel basket a tre? In agosto, a Cervia, ha una prova con Datome e Tamberi. Un cestista, un saltatore in alto e un nuotatore. Che cosa volete fare?

«È una grande iniziativa, per il basket basterebbero loro due, io sono ornamentale e questo esclude un tentativo olimpico. Il ricavato va in beneficenza, all'ospedale Bambino Gesù, è solo la prima tappa: l’abbiamo incastrata tra i Mondiali di tutti e tre».

Ruberebbe una qualità ai suoi due amici?

«Sono due grandi ragazzi e qualcosa mi porto dietro sempre, in Corea anche la storia di Gigi, “Gioco come sono”: sarà il libro del viaggio. Gimbo è così scatenato che è difficile stargli dietro. È sempre a 3000».

Scusi, ma in piscina non c’è una coppia che resiste e lei ha sempre la stessa fidanzata.

«Non sono l’unico... forse. Zero segreti, Letizia c’è sempre stata, solo che stavolta non può seguirmi, si laurea in medicina». —