Modenesi alle Olimpiadi: Elisa salta nell’azzurro e non vuole più scendere

La 16enne Iorio è una delle atlete di punta della nazionale italiana che ha scritto la storia ai Mondiali: «Ora ci guardano con occhi diversi» 

Ha 16 anni. Uno sguardo attento e intelligente. E la spensieratezza tipica della sua età. Forse anche per questo Elisa Iorio non ha ancora realizzato l’impresa portata a termine: trascinare l’Italia della Ginnastica Artistica sul podio Mondiale con un bronzo a squadre dopo 69 anni e soprattutto strappare un pass olimpico per Tokyo 2020. Un biglietto direzione Giappone valido per la nazionale italiana, di cui Elisa - escludendo infortuni o improbabili rivoluzioni tecniche - farà parte.

LA SECONDA VITA


È il 2014, Elisa ha 11 anni e il direttore tecnico della nazionale Enrico Casella la convoca per una giornata di allenamenti al centro federale, che ha sede a Brescia.

«All’inizio mi faceva paura», dice Elisa. E in effetti Casella è un tecnico rigido, ma anche dalla grande lungimiranza. In quella giornata di ottobre vede nella bambina modenese un talento da coltivare e ci punta.

«Ho iniziato ad andare a Brescia ad allenarmi con regolarità dal gennaio 2015 - ricorda Elisa - Trascorrevo lì metà settimana». È il cosiddetto preinserimento e tutto va bene, tanto che Casella la vuole con sé costantemente. In quel momento, siamo a giugno 2015, ha inizio la seconda vita dela 12enne Elisa che da allora vive al centro federale. «Non lo nego, è stato difficile. Subito non ne volevo sapere di andarci. E l’inserimento non è stato una passeggiata, perché le compagne che ho trovato si conoscevano già da tempo e non mi hanno reso la vita facile. Litigavamo per ogni cosa».

I genitori, Gianluca e Giulia Bagni, la ascoltano con un misto di orgoglio e malinconia: raramente una figlia esce di casa già a quell’età. Ma l’importante è la felicità di Elisa: «Ora sono contenta, non tornerei mai più indietro». Da allora la vita è scandita da allenamenti (tanti) e scuola: «La giornata tipo inizia alle 7 con la sveglia. Dormiamo in una foresteria accanto alla palestra e sono in stanza con Martina Maggio, un’altra compagna. Colazione e poi allenamento dalle 8,30 alle 13. Quindi si va a pranzo e si riprendono gli allenamenti dalle 14 fino alle 16. Dalle 16,30 alle 19,30 facciamo lezione. Ci sono due bungalow che sono le nostre aule, dove vengono i professori a farci lezione. Ora frequento la terza superiore di Scienze Umane. Il sabato pomeriggio torno a Modena». I genitori la vanno a prendere per portarsela un po’ a casa e la domenica si torna a Brescia: «Mi sono fatta tanti di quei pianti tornando a casa - racconta mamma Giulia - Dentro di te pensi che con il passare del tempo vada meglio, ma non è vero. Più si va avanti e più mi manca». E a casa c’è anche il fratello, Giacomo che di anni ne ha 14: «A volte dice che gli manco - racconta Elisa - Anzi, non lo dice a me. Sono loro che me lo svelano».

SACRIFICI E PASSIONE

Sacrifici veri. Ma che valgono una passione enorme: «Io sono andata là per fare una cosa e continuo, non lo sento come un peso. C’è stata solo una sera in cui ho pianto. Ero reduce dagli Assoluti di Riccione, ero caduta due volte in gara. Ho alzato il telefono e ho chiamato mio padre. Ero stanca, gli ho detto “Papà portami a casa”».

E così Gianluca fa, ma ad Elisa basta un giorno di ossigeno per ripartire: «Certo non nego che a volte sia difficile, perché magari vedi sui social network le tue amiche che fanno una passeggiata in centro o vanno in discoteca e tu vorresti essere con loro. Ma poi mi riprendo e mi dico: “Sei qui a Brescia per un motivo valido”. E vado avanti».

Per uno sport che è nel suo Dna fin da bambina: «Ho iniziato a fare le ruote in casa. Al parco una volta, avevo forse 4 anni, mi sono arrampicata su uno di quei giochi metallici e ho fatto venire un enorme spavento alla nonna che per mezzora mi ha cercata: io la guardavo dall’alto». E così papà Gianluca la porta alla Solaris prima e alla Panaro poi. È solo il primo, breve, viaggio di Elisa.

MONTREAL, REGNO COMANECI

Da quando veste la maglia azzurra ha gareggiato in giro per tutto il mondo: «Adoro viaggiare. Non so cosa farò da grande, forse l’università. Ma di una cosa sono sicura: io ferma non ci so proprio stare e quindi viaggerò». Sarà un caso, ma tra tutte le città che ha visitato finora ce ne è una che le è rimasta nel cuore: «Montreal, dove sono stata due volte. È freddissima, c’erano 25 gradi sotto zero, ma ho adorato l’atmosfera». Mentre lo dice forse non se lo ricorda, ma quella è la città dove Nadia Comaneci, nelle Olimpiadi del 1976, ha ottenuto l’unico 10 della storia a cinque cerchi della ginnastica artistica. Lo stesso palcoscenico che Elisa si è guadagnata su 10 esigui centimetri.

IL SILENZIO

Dieci centimetri come quelli della “trave maledetta”. Le ragazzine azzurre dovevano entrare tra le prime 12 al Mondiale di Stoccarda di due settimane fa.

Il giorno della qualificazione sono le prime a gareggiare, un orario terribile tanto che si svegliano alle 4 per essere pronte. Tutto, comunque, va bene fino all’ultimo attrezzo: la trave.

Qui cadono in serie tre compagne di Elisa e lei è la quarta e se dovesse cadere l’Italia potrebbe restare fuori dalle finali e dall’Olimpiade: «Dopo la seconda caduta mi sono girata, non ho più voluto guardare. Quando è stato il mio momento mi sono isolata. È una cosa che non faccio mai. Non ho più sentito nulla nel palazzo, nemmeno la voce di mio padre che mi incitava. Solo silenzio». E quei 10 centimetri. Su cui Elisa resta avvinghiata. Chiude bene l’esercizio e spinge l’Italia in finale e a Tokyo. Poi le azzurre saranno terze. È bronzo.

LO SGUARDO FRANCESE

«Devo dire che quando siamo salite sul podio è stato strano ritrovarci accanto alle americane e alle russe. Se dovessi dire che cosa ho provato non riuscirei a spiegarlo, nemmeno adesso. So solo che noi eravamo la squadra più giovane e dopo il grande risultato le altre hanno iniziato a guardarci in maniera diversa. Soprattutto le francesi, che in qualifica avevano fatto un “garone” e probabilmente erano convinte di chiudere davanti a noi».

IL SOGNO DI SEMPRE

Quello che stupisce di Elisa è la fiducia nei propri mezzi, come il ricordo delle ultime Olimpiadi, quelle di Rio 2016, quando aveva appena 13 anni: «Certo che me le ricordo. Le guardavo in televisione e sapevo che ci sarei potuta arrivare. È da quando sono a Brescia che penso alla qualificazione». E ora è realtà: «Ci spero tanto, la concorrenza c’è, ma se non dovesse andare come mi auguro posso sempre dire che ci ho provato». In linea teorica Elisa sarà convocata assieme al gruppo ormai affiatato che il tecnico Casella ha scelto già anni fa e forse solo dopo Tokyo sarà tempo di relax: «Un mese me lo prendo tutto per me - dice guardando la madre - Anzi per noi. Io e la mamma ce ne andiamo in Australia. Sono 5 anni che non facciamo una vacanza insieme».

Perché ferma Elisa, proprio non ci sa stare. —