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Proli: «Io, la locomotiva del nuovo Modena Basket dove l’unione fa la forza e tutti possono sognare»

Il 52enne manager racconta i motivi che lo hanno portato a ideare e realizzare la sinergia sotto canestro tra SBM e PSA 

MODENA.  A tu per tu con l'uomo del momento nel mondo dello sport modenese: Livio Proli.Il 52enne manager racconta i motivi che lo hanno portato a ideare e realizzare la sinergia sotto canestro tra SBM e PSA.

Proli, com’è nata l’idea di questo progetto?


«Faccio una doverosa premessa: in tanti associano il mio nome all’Olimpia Milano e si pensa a chissà cosa. Ma a me dà fastidio apparire ingombrante rispetto alla bontà di questo progetto. In realtà qui a Modena anche io parto da zero, investendo risorse per puntare al miglioramento agonistico come mezzo di crescita culturale e formativa dei giovani».



È vero che la scintilla è scoccata grazie a suo figlio?

«Dopo le dimissioni da gruppo Armani ho preso un anno sabbatico durante il quale mi sono dato l’obiettivo di conoscere bene la mia città di adozione e seguire da vicino mio figlio che giocava a basket. È così che sono entrato in contatto con la SBM, società che stava attraversando un momento un po’ difficile e mi ha chiesto una mano».

Poi?

«Con altri papà, tra cui Marco Borzacca (uno dei due vicepresidenti del Mo.Ba. assieme ad Oreste Vassalli, ndr), siamo andati a parlare con l’assessore allo sport Grazia Baracchi è lì è nata l’idea di questo progetto. Il Comune ha come obiettivo tutelare tutti gli sport, anche quelli minori, ma la mancanza di alleanze e sinergie rappresenta un freno. L’unione fa la forza, da qui il progetto di unire sotto un’unica bandiera SBM e PSA. Sono sei mesi che lavoriamo a questa sinergia, io ho fatto da locomotiva, ora siamo in tanti a spingere».



Com’è riuscito nell’impresa?

«Di fronte a questa situazione di stallo, con il basket diviso in tre blocchi, ho provato a fare qualcosa. Nonostante questo tentativo fosse stato già stato tentato in passato da Gatti e Vassalli, e le frizioni esistenti tra i rappresentanti delle tre realtà, ho proposto una soluzione: fare l’arbitro, pormi come un elemento di equilibrio fra le parti, con una proposta chiara, che non contenesse retaggi del passato».

Quale?

«Ho proposto a i tre soggetti impegnati nel basket modenese di fare un’aggregazione. Ho detto loro con chiarezza: basta rimanere ancorati al passato, bisogna avere la forza di guardare avanti e al bene dei ragazzi. Investendo per la loro formazione ed educazione, uscendo dalla bolla e aprendosi alle istituzioni. Se i valori sono gli stessi possiamo costruire qualcosa di interessante. Ho delineato e disegnato un progetto che alla fine è stato sposato da SBM e PSA. L’Universal per ora è rimasta fuori: hanno una visione diversa, vogliono mantenere la loro identità all’interno della città, ma osserveranno l’evoluzione di Mo.Ba.» .

Avete anche velleità agonistiche?

«Certo, ma andremo per gradi. Intanto è stata creata una Srl, con un presidente e due vice, dove stanno confluendo gli iscritti. Di pari passo è nato Mo.Ba.Lab, quella parte del nostro progetto che svilupperà il minibasket da zero a undici anni con iniziative legate al sociale. La forza del basket si vede anche nel progetto Blu Team per persone con disabilità di tipo autistico, che cercheremo di ampliare. Poi, oltre a quella in serie D, avremo una seconda squadra iscritta al campionato di Promozione: non vogliamo creare giocatori alla Gallinari, ma fare il meglio possibile, offrendo anche a chi ha 30 o 40 anni di giocare con soddisfazione sia a livello agonistico che amatoriale».

Prospettive per la prima squadra?

«Partiamo lanciando i nostri migliori ragazzi. Nello sport non bisogna togliere il sogno, quindi ci deve essere una prima squadra che vogliamo far crescere senza ossessioni. E che, nel giro di cinque anni, magari possa arrivare in A2. L’importante è fare passi progressivi, coerenti con la nostra idea. Ovviamente salendo di categoria servirà qualche innesto per dare quel peso necessario a chi si stabilizza a certi livelli. Ma il cuore del Mo.Ba. è , e deve restare, modenese».

Puntate a delle affiliazioni?

«È nostra intenzione guardare oltre i confini della città. La provincia è un serbatoio importante, senza voler invadere o pestare i piedi ad altre realtà possiamo essere capofila di affiliazioni. Chiaramente ognuno mantiene la propria identità, ma ci si può associare dandosi una mano, creando sinergie di cui questo territorio è ricco grazie ad energia, passione, intelligenza e a quel senso di solidarietà e volontariato che sono nel dna della nostra gente. Lo sport è magico, per i valori che insegna ma anche per la capacità aggregare le persone».

Le vostre linee guida?

«Sono due. Innanzitutto fare le cose con grande preparazione professionale: bisogna formarci per formare meglio, in altre parole investire per formare i formatori. Poi il gusto del bello: siamo in Italia e non possiamo esimerci dal fare le cose con classe. Anche a giocare dobbiamo essere “belli”, avere uno stile. Vogliamo educare i bimbi a vestire bene, ma anche a pulire lo spogliatoio. Senza essere bacchettoni ci teniamo al senso del bello, al buon gusto. Tutte cose che dovranno appartenere ai nostri ragazzi attraverso lo sport». —

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