Bertoli: «Le visite al Ricci con mio padre e l’orgoglio di vedere il Sassuolo in A»

Il cantante, figlio dell’indimenticato Pierangelo, diviso tra la passione per la musica e quella, cresciuta nel tempo, per il calcio 

SASSUOLO Una passione che diventa un lavoro, la musica (anche se ora col Covid è difficile portarla avanti e ha un posto come logopedista a Curtatone nel mantovano), un’altra passione per il calcio che è, col tempo, diventata quella per la squadra della sua città, Sassuolo. Un cognome importante da portare per un musicista, quello del padre l’indimenticabile Pierangelo. Alberto Bertoli, parlando sulle pagine bolognesi di Repubblica, ha ripercorso i passi della sua vita e di quella di suo padre mischiandoli con il tifo per il Sassuolo e per la passione per il calcio che deve proprio a Pierangelo, juventino doc: «Se sono diventato un appassionato anche io, pur molto meno di lui, è merito suo. Mio padre lo diceva sempre, qui è pieno di gente ricca, quando un imprenditore si deciderà ad investire nel calcio, il Sassuolo andrà in A». Cosa che è avvenuta, grazie a un imprenditore non sassolese ma che ha saputo fare grande il Sassuolo come Giorgio Squinzi: «Quand’ero piccolo – ricorda Alberto - non si tifava Sassuolo, oggi è diverso, il calcio è diventato una realtà, io vado in palestra di fianco a Cà Marta, dove hanno costruito il nuovo centro sportivo, vedo questo pullman bellissimo coi giocatori dentro, fa ancora un certo effetto, in fondo siamo 42 mila persone, io qui ci sono nato, ci ho studiato, ci vivo. L’anno scorso però ho fatto 19 concerti ad agosto al Sud e facevo base in Calabria non lontano dal paese in cui è nato Berardi. E tutti a dirmelo, che ero di Sassuolo e che lì giocava il loro idolo».

Eppure Alberto torna lì, a quando era bambino con il babbo: «Ricordo da piccolo, abitavamo a Formigine, e mio padre a volte mi portava a Sassuolo a vedere lo stadio, il Ricci, che a me sembrava poco più grande di un campetto. E Squinzi lo stadio se lo è poi comprato a Reggio, all’asta fallimentare».


Ora lo stadio è lontano («ci tornerò quando saremo usciti dal Covid»), mentre la realtà è fatta di lavoro e di musica: «Mio padre lo diceva, il successo è effimero, cantare per mestiere non è facile, e in effetti se ripenso ai tanti che andavano forte negli anni 90 e oggi non saprei nemmeno dire dove sono e cosa fanno, penso che lui avesse ragione, anche quando mi diceva che l’ideale, se volevo farmi una famiglia, era cantare come secondo lavoro. Oggi ho due bambini piccoli, Cesare e Dario e faccio il logopedista nel mantovano, 38 ore alla settimana da operatore sanitario laureato in logopedia, ma qui a Curtatone sono elastici, se ho un impegno sul palco mi lasciano andare. Solo che con questo Covid le cose non vanno per niente bene, soprattutto per i gruppi piccoli come il mio. Il lavoro invece va, anche se io adoro cantare e suonare la chitarra, mi aiuta lavorare con ragazzi che hanno dei problemi, vederli crescere e migliorare».

Inevitabile la chiosa sulla gara di domenica tra Bologna e Sassuolo: «Bologna è una città splendida e io sono molto amico di Luca Carboni – sottolinea Alberto - e ho anche partecipato al suo tour nel 2014». Ma il finale è ancora per la sua grande passione, ma musica: «Qualche giorno fa proprio la Gazzetta di Modena ha fatto un servizio chiedendo a dei 20enni se conoscevano “A un metro da me”, un mio singolo dedicato al Covid e lo conoscevano tutti, e nessuno aveva mai sentito nominare mio padre. Le generazioni cambiano». —