Francesca: «I maschi mi trattano alla pari e spero che questo sogno possa continuare»

La21enne Maniero ha debuttato (con gol) nell’Amatori  in Serie A2 maschile: «L’hockey su pista è la mia vita. Cosa farò da grande? Il notaio» 

«L’hockey è vita». Francesca Maniero respira l’atmosfera della pista da quando ha sei anni. Ne sono passati sedici dalle prime pattinate novaresi all’esordio con rete in serie A2 con la Symbol Amatori Modena, tra i professionisti al 99% uomini. La 21enne studentessa Unimore di Giurisprudenza e atleta della Nazionale, capitano della squadra femminile gialloblù (Mumble Amatori Modena) e allenatrice descrive lo sport come una passione totalizzante.

Com’è stato il debutto tra i professionisti?


«Un’esperienza nuova. Gioco con i maschi da sempre perché l’hockey è una disciplina mista. In A1 e in A2 competono però professionisti, per cui c’è tanta soddisfazione dopo aver fatto tanti sacrifici».

L’esordio e subito il gol: una piacevole sorpresa?

«Sì, non me lo sarei mai aspettata anche se chiaramente ci speravo. È stata un’emozione così grande che dopo non sapevo cosa fare. Non ho esultato: sono rimasta interdetta, non riuscivo a capire. Ho preso la palla, tirato e fatto gol sulla respinta del portiere».

Come nasce la passione per l’hockey pista?

«Sono di Novara e la società novarese ha vinto 32 scudetti. Da noi è una tradizione. Mi sono appassionata dopo che ha iniziato mio fratello maggiore, Giorgio. Eravamo in una polisportiva: lui faceva scherma, io nuoto. Nella stessa struttura alcuni ragazzi giocavano a hockey. Ha iniziato mio fratello, poi ho iniziato io. Ci siamo trasferiti entrambi a Modena, poi lui è tornato a Novara».

Com’è stata l’esperienza a Correggio?

«Ho giocato lì quattro anni e mi sono tolta qualche soddisfazione a livello giovanile. A Modena mi sono posta nuovi obiettivi e abbiamo la squadra femminile. Potermi allenare con una squadra di professionisti mi ha dato una voglia in più».

La Mumble è ambiziosa quest’anno?

«Puntiamo a vincere lo scudetto. Abbiamo una squadra molto forte».

Cosa significa essere capitano?

«Prendersi tante responsabilità. L’hockey è uno sport complicato e veloce, in cui i gol si sbagliano e si prendono in pochi secondi. È come salire su una montagna russa. Il capitano deve tenere alto il morale e aiutare tutti. Serve integrare le ragazzine piccole e fare gruppo. Il capitano fa tutto, è l’anima della squadra. È la persona di cui tutti si possono fidare. Ho responsabilità, ma cerco di non farle pesare più di tanto».

Cos’è l’hockey per lei?

«L’attività che mi rende più felice al mondo. Non ci sono tanti incentivi per una ragazza: o una società ci crede veramente oppure è difficile andare avanti in questo sport. Sono una privilegiata e do tutto per l’hockey. Ieri ho allenato alle 8,30 dopo essere tornata a casa sabato a mezzanotte e poi ho giocato con l’Agrate Brianza. Faccio quasi tutti i giorni quarantacinque minuti di macchina. L’hockey è vita: mi dà tante emozioni e ripaga fortunatamente tutti i sacrifici».

Confida in una nuova convocazione in A2?

«Spero sia iniziata una lunga serie di gare. Tutti i giorni mi alleno con l’A2 ed è già un grandissimo fatto. La società mi mette a disposizione tutto, sono trattata come gli altri e felicissima di allenarmi con loro. Ho esordito con un gol: spero che il sogno continui. Non mi costruisco castelli per aria: continuo con gli allenamenti, se capiterà di nuovo sarò felice di dare il mio contributo».

Crede possibile un caso come il suo in altri sport?

«Sì e no. Nell’hockey si dà la possibilità alle femminine di giocare con i maschi per questioni di numeri. È un’opportunità di crescere insieme. Con gli anni va meglio e veniamo accettate sempre di più. È difficile per un fattore fisico».

Com’è l’esperienza da allenatrice?

«Difficile, ma super divertente. Per ora i bambini a scuola non fanno niente: l’hockey deve essere così una valvola di sfogo. Cerco in primis di insegnare il rispetto per gli altri, poi di trasmettere la mia passione più grande: l’hockey è tutto».

Come si vede da grande?

«Vorrei fare il notaio, ma non mi staccherò mai dall’hockey. Posati i pattinati, rimarrei come allenatrice, dirigente, responsabile del settore giovanile della Nazionale… Tornassi indietro, rifarei tutto». —

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