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Tra calcio, arte e musica: Stone Island è un’icona per le stelle mondiali. L’attesa dei tifosi del Modena sale

Guardiola, Spike Lee, Liam Gallagher: i big amici del brand sviluppato da Rivetti che da 40 anni ispira i giovani in Inghilterra e negli States 

MODENA. Breve premessa. Questo pezzo non parla solo di calcio, ma di costume che si intreccia con la moda, di culture giovanili e stile. Parla del loro comune denominatore: Stone Island. Così chiamata in onore di Joseph Conrad, scrittore e navigatore. Quella prima collezione nata dall’intuizione di Massimo Osti raccontava di viaggi e di mare, un preludio al futuro del brand che dopo 40 anni il giro del mondo l’ha fatto più volte. La rosa dei venti incastonata tra due bottoni non è solo un logo, è un concetto, uno stile di vita che si è declinato negli anni ispirando le tendenze delle sottoculture giovanili. Ricercato, idolatrato e desiderato, è uno dei marchi più noti nei Paesi anglosassoni, tanto da essere un’icona anche per gente come Spike Lee, Pep Guardiola o il rapper Drake, numeri uno dei rispettivi campi. Stelle mondiali. O ancora. C’è una foto della famiglia Rivetti insieme a Liam Gallagher, un altro che veste Stone Island non per sponsorizzazioni, ma per scelta. Tifosissimo del Manchester City, l’ex Oasis rappresenta quella tendenza tutta inglese che unisce il brand al pallone. Orde di giovani dagli anni ‘80 a oggi lo hanno scelto per andare allo stadio: è la cultura casual, nata in Inghilterra e poi diffusa in tutta Europa nei decenni successivi.

Sono tante le firme di moda famose che ruotano attorno al movimento, da Burberry a Ralph Lauren, ma se ce n’è una che sovrasta le altre quella è Stone Island, che appare anche in molti film più o meno di nicchia dedicati al movimento ultras inglese. Due su tutti: il più commerciale, Green Street Hooligans, e il più amato, Football Factory, in cui le giacche made in Ravarino vengono sfoggiate come il simbolo di una generazione che rigetta i colori del cuore e sceglie di vestire “pulito”, ma vive con l’adrenalina a mille tra pub e settori popolari degli stadi. A Modena quella cultura è arrivata negli anni ‘90, in alcuni casi anche prima delle grandi città italiane, e non è raro tuttora vedere la rosa dei venti sui gradoni della Montagnani. La cassa di risonanza è così forte che nelle ultime settimane è cresciuta la curiosità nel mondo per il Modena. Instagram è un fluire di fotomontaggi sul tema. È il cosiddetto hype come dicono gli inglesi. Una forte aspettativa. La notizia dello sbarco della famiglia Rivetti nel calcio è il coronamento di un sogno per gli amanti del brand che già immaginano una maglia canarina ad hoc e c’è da scommettere che sarebbero pronti a spendere fior di quattrini per averla. Non è follia immaginare che il Modena possa generare un seguito oltre confine. Da Modena a New York, da Tokyo a Los Angeles, proprio come in un romanzo di Conrad, un’avventura senza confini perché «Stone Island trascende ciò che significa essere un marchio di abbigliamento. Stone Island è una bandiera, una religione, perché i nostri estimatori testimoniamo in modo significativo e personale ciò che il brand significa per loro» spiega Rivetti nell’incipit del libro che racconta la storia dell’azienda Archivio ’982-’012. «Questo di per sé è un risultato che al contempo sorprende e fa restare umili». —


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