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Giacomo Raspadori, il ragazzo già “vecchio”

Poco social, zero tatuaggi e tanti libri. Il suo primo allenatore Papalato assicura: «È un fenomeno, lo vedrete presto»

Dimenticatevi lo stereotipo del calciatore tatuato, egocentrico, a caccia di like sui social, alto e muscoloso. Giacomo Raspadori, rivelazione dell'ultimo campionato di Serie A e scommessa di Roberto Mancini per gli Europei che stanno per cominciare, è esattamente l'opposto. Faccia e look da bravo ragazzo, modi gentili, testa sulle spalle e, neanche a dirlo, piedi, entrambi, da fenomeno.

Nato a Bentivoglio, vicino a Bologna, il 18 febbraio del 2000, rinato, se vogliamo parlare del calciatore, a Sassuolo dieci anni dopo, grazie all'intuizione dell'allora responsabile del settore giovanile Gianni Soli (fu sempre lui a scoprire anche un certo Domenico Berardi), e del suo primo allenatore in neroverde Christian Papalato, che gli ha cucito addosso il ruolo di attaccante: «L'ho seguito per tre anni – racconta il mister, attualmente nel settore giovanile della Cremonese – quando è arrivato faceva il centrocampista centrale, perché veniva da campionati in cui si gioca a sette o a nove e lì i più forti si mettono in mezzo al campo. A quel punto toccava a noi essere bravi a trovare il ruolo giusto per la sua crescita. Ho deciso di farlo giocare prima punta per due motivi: primo perché era affamato di gol, e poi perché era bravo a giocare di fronte alla porta, ma doveva migliorare a farlo di spalle, non era mai stato abituato a farlo e secondo me aveva le qualità giuste. Scherzando dico spesso che noi siamo stati i primi a far giocare un attaccante falso nueve, l'abbiamo fatto prima noi con Raspadori di Guardiola con Messi».


E, considerando che dieci anni dopo, quel ragazzino ha rifilato, tra gli altri, due gol al Milan a San Siro e uno alla Juventus e si prepara a spiccare il volo in Azzurro, si può dire che quell'intuizione sia stata giusta: «Io di talenti puri ne ho allenati – prosegue Papalato – e ho sempre sostenuto che Giacomo sarebbe potuto arrivare in alto, anche andando contro a chi lo criticava perché non era il classico attaccante di peso. Ho sempre pensato che lui fosse talmente tanto abile a sterzare, a giocare con entrambi i piedi e a far giocare la squadra, che non ne esistevano altri come lui. Un bravo allenatore deve anche saper andare controcorrente».

Il calcio è però pieno di talenti sprecati, perché se i piedi contano, la testa conta di più e, anche in questo caso, Raspadori è un esempio. Iscritto alla facoltà di scienze motorie, pochi grilli per la testa e quel misto di ambizione e umiltà che solo i grandi hanno. De Zerbi lo ha definito “un piccolo Magnanelli”, Papalato racconta come già da piccolo sapesse bene come scegliere: «Credo che la sua fortuna sia quella di avere una famiglia che gli ha sempre fatto tenere la testa sulle spalle e i piedi ben piantati per terra. Lui ha sempre dimostrato di avere grandi qualità e allora il Sassuolo non era importante come oggi, quindi aveva le big addosso. Ha deciso però di rimanere in neroverde perché stava bene e i genitori lo hanno accontentato, aiutandolo a riflettere. Diciamo che la sua famiglia, la società e il procuratore hanno sempre remato dalla stessa parte, non hanno mai fatto confusione, per questo quella di Giacomo è una bella storia e va raccontata, oggi più che mai, anche se magari fa meno colpo di tante meno positive. Spero resti a Sassuolo per tanti anni e ne diventi un simbolo».

A sperarlo, anzi, a darlo per certo, ci ha pensato Giovanni Carnevali: «Raspadori non ha un prezzo, nel senso che non è in vendita. L'altra notte, quando è uscita la lista ufficiale dei convocati in Nazionale ho provato un orgoglio immenso, e sono convinto che da lassù anche il patron Squinzi, grande artefice del progetto Sassuolo, abbia provato le mie stesse sensazioni. Giacomo è cresciuto nel nostro vivaio e vederlo già all’Europeo rappresenta la nostra Champions League, la ciliegina sulla torta dopo otto stagioni consecutive in Serie A. Alle indubbie doti tecniche, abbina qualità umane non comuni, è davvero un ragazzo a modo». Già...un ragazzo a modo che ce l'ha fatta. —

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