Prima Loredana, ora Erika: Olimpiadi di madre in figlia

Ventun anni dopo l'Olimpiade disputata in prima persona, Loredana Piancastelli parla della figlia Erika, capitana della nazionale di softball, che si appresta a disputare i Giochi di Tokyo: «Rivivo le stesse emozioni, è il mio idolo»

«Se non ci fosse stato il Covid, sarebbero stati vent’anni esatti, io a Sydney e lei a Tokyo». Non capita spesso che una Olimpiade tocchi due volte la stessa famiglia. È successo così a casa Piancastelli dove Erika, capitana della nazionale azzurra di softball, ripercorrerà la strada di mamma Loredana Auletta: entrambe in nazionale azzurra, una Sydney 2000 e l’altra che proprio domani esordirà in Giappone (mercoledì 21 luglio alle ore 5 per Italia-Usa, dal momento che il torneo olimpico del baseball inizierà prima della cerimonia di apertura).

Ci sono esempi celebri - da Dino e Andrea Meneghin a Giorgio e Tania Cagnotto, passando per la dinastia Montano, tanto per citarne alcuni - e anche Modena ha qui il suo record: «Se ci penso - continua Loredana, oggi dirigente della nazionale giovanile - è davvero incredibile».


E invece è tutto vero.

«Sto rivivendo le stesse emozioni di quei giorni, ho riaperto un capitolo chiuso che pensavo non fosse possibile riaprire. E invece è proprio come quei giorni».

Ecco, come erano quei giorni a Sydney 2000?

«Fino a quando non le tocchi con mano, non le puoi capire. Le Olimpiadi sono qualcosa di magico dal punto di vista professionale, sportivo e soprattutto umano. Ero come una bambina in un parco giochi alla quale avevano detto che poteva fare ciò che voleva. Mi ricordo ancora quando andammo in mensa la prima volta tra il Dream Team del basket americano e Marlene Ottey, la velocista giamaicana».

Peccato che quest’anno il Villaggio Olimpico non si possa vivere come un tempo.

«Sì, mancherà qualcosa. Ma chi non c’è mai stato non potrà fare confronti e avrà davanti a sé la sua Olimpiade».

Come Erika. Che cosa le ha detto?

«Di vivere e fissare ogni secondo di questi giorni per non dimenticarli mai. Di non farsi prendere dalla foga del momento e dall’euforia ma respirare ogni secondo di questa avventura che sarà indimenticabile, comunque vada».

Erika è capitano e autentica trascinatrice delle azzurre. Lei che giocatrice era?

«Per me la maglia azzurra fu un po’ più sofferta e non avevo troppe certezze fino all’ultimo. Anche per questo mi sono chiesta, in queste ore, come un atleta possa scegliere di non partecipare alle Olimpiadi...».

Erika che figlia è?

«Sono orgogliosissima di lei e di come sta vivendo con grande maturità le scelte che la vita le pone di fronte».

Erika che giocatrice è?

«Semplicemente il mio idolo».

Cosa vi dite quando parlate di softball?

«Ci confrontiamo, chiede consigli, quando possiamo noi andiamo spesso a vederla (il papà è Pier Andrea, colonna del Modena Baseball e oggi aiuto coach), c’è un rapporto molto aperto e sereno».

Quanto vi dispiace non andare a Tokyo?

«Tantissimo. Avevamo già comprato i biglietti per il 2020. Ma forse per Erika è meglio così: io ho vissuto quei momenti e ci sono cose che forse è giusto vivere da soli per non perdersi niente di quel sogno ed essere concentrata solo si quello».

Tiferete dal divano?

«Certo, faremo in modo di non perderci nemmeno una partita, sapendo che subito dopo arriverà la telefonata di Erika». —

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