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Greg Paltrinieri batte anche la malattia: «Ho avuto paura, ci ho messo il cuore»

Il carpigiano dopo il clamoroso argento negli 800 nonostante i postumi della mononucleosi: «Sono sorpreso anch’io»

«Più di un miracolo». L’argento di Gregorio Paltrinieri assume i contorni dell’epica nelle parole del protagonista. Il carpigiano ascende nell’Olimpo con l’argento negli 800 metri stile libero.

«Dire che quel che ho fatto è un miracolo è poco», esulta Paltrinieri a Tokyo.


Nel Paese del Sol Levante risplende la fiamma che ha scintillato per la prima volta 2.797 anni fa in una cittadina dell’antica Grecia: Olympia. I primi Giochi erano dedicati a Zeus (Giove nella mitologia latina) e il nuotatore azzurro si autocelebra come una divinità. La prospettiva della vigilia era però tutt’altro che celeste e il 26enne è il primo ad ammetterlo.

«Ero un dio, vincevo tutto - riconosce Paltrinieri - ma mi sono dovuto fermare un mese e ricominciare dal basso».

Il basso, l’umiltà, la terra. Non è l’ambiente prediletto per un nuotatore, ma il Greg fuor d’acqua ha avuto la forza di ripartire. Il coraggio di confrontarsi con sé stesso prima di sconfiggere gli altri. Il primo confronto è stato diretto a un nemico invisibile, in grado però di mettere alle corde: la mononucleosi. La malattia ha posto seri dubbi sulla partecipazione dell’atleta ai Giochi, qualificatosi in finale con l’ultimo tempo a spese dell’amico Gabriele Detti. Paltrinieri è stato fermo per circa un mese, trovando risposte nei muscoli, nella costanza e negli affetti.

«I miei genitori sono venuti a Piombino dove mi stavo allenando - ricorda l’azzurro - e mi hanno visto nel momento di “down”, dopo essere stato quarantotto ore a letto. Non riuscivo a parlare e nemmeno a mangiare. Avevo le placche in gola e loro hanno creduto in me».

La fiducia della famiglia ha rafforzato l’autostima del nuotatore.

«Dopo la mononucleosi ho avuto paura di tutto», sintetizza il carpigiano. La paura può attanagliare anche i più forti. In Giappone non stanno mancando le sorprese in negativo. La squadra statunitense di pallacanestro si sta dimostrando meno da sogno del nome con cui è conosciuta in tutto il mondo: Dream Team. Rimanendo negli States, come non pensare alla ginnasta americana Simone Biles.

«Devo salvarmi dai miei demoni», il commento dell’atleta prima del clamoroso ritiro dalla prova a squadre.

«Non è facile gareggiare con le aspettative - descrive Paltrinieri dopo la conquista dell’argento - Ogni volta che entro in acqua sento che è tutto dovuto e questo non è bello. Tante volte questa pressione ti entra dentro e si prende gioco di te, inizi a pensare a cose che non sono vere. Ho letto di Simone Biles e sono tutte sensazioni che provo anche io».

Riemergono così i demoni da affrontare per riconquistare l’Olimpo. Poco importa che la “Nike” (inteso come vittoria) arrida allo statunitense Robert Finke, primo olimpionico a stelle e strisce nella distanza. Paltrinieri è secondo e si prende più di una rivincita con l’ucraino Mykhailo Romanchuk, battuto di 22 centesimi.

«Sono un altro Greg rispetto a quello che in allenamento non si ritrovava - prosegue il carpigiano ai microfoni della Rai - Ho bisogno di un punto di appoggio e invece negli ultimi mesi non mi sentivo più un supereroe».

Ritorna così l’epica, l’agone con i propri limiti prima del superamento degli altri.

«Neanche io avrei scommesso su me stesso - l’analisi di Paltrinieri - Ero un’altra persona rispetto alla batteria, avevo un’altra voglia di gareggiare. Un mio grande amico mi ha scritto alla vigilia che queste finali si vincono con il cuore. Ci ho pensato e aveva ragione. Io ho sempre programmato tutto nella vita e ci avevo messo troppa testa, troppe idee confuse. Ce l'ho messa tutta e gli altri potevano fare qualsiasi strategia, ma il cuore è quello che conta». —