Bandiera a scacchi per Sir Frank, patron della Williams morto a 79 anni

Negli anni Novanta faceva mangiare polvere alla Ferrari schierando piloti come Mansell, Villeneuve junior e Senna

londra. Goodbye Sir Williams. Ieri mattina all’età di 79 anni, è morto Frank Williams, fondatore della gloriosa scuderia britannica che portava il suo nome e spadroneggiava in tutto il mondo tra gli anni ’80 e ’90, nell’epoca precedente al dilagare delle case automobilistiche in Formula 1.

«Sento il bisogno della velocità», così diceva lo stesso Williams nel documentario a lui dedicato, realizzato da Morgan Matthews nel 2017. E in effetti Sir Frank è sempre andato di corsa, anche quando un brutto incidente automobilistico, nel 1986 a Nizza, lo ha costretto su una sedia a rotelle.


Ha fondato la Frank Williams Racing Cars nel 1966, dopo una breve carriera come pilota e meccanico. I motori erano la sua passione, ma il suo talento non era al volante, bensì al comando di un team. Nel 1977, annunciò la formazione della Williams Grand Prix Engineering, che ancora gareggia in F1. Sir Frank fino al 2012 ha fatto parte del consiglio di amministrazione della scuderia poi il suo posto è stato preso dalla figlia Claire. A settembre 2020, la fine di un’epoca, con il cambio di proprietà: la Williams, che versa in gravi difficoltà economiche, viene venduta al fondo statunitense Dorilton Capital. Un’operazione avvenuta sotto la supervisione del sempiterno Bernie Ecclestone, ormai ultranovantenne, che fa così un ultimo regalo all’amico Frank.

Williams è stato un manager capace e vincente, tanto che qualcuno lo ha definito l’Enzo Ferrari dell’automobilismo britannico. Che sia vero o meno, di certo i risultati ottenuti in pista parlano per lui. Dal nulla ha creato una team che tra il 1980 e il 1997 ha vinto nove campionati costruttori e sette campionati piloti. Il primo successo in un Gp glielo porta uno svizzero dal cognome italiano e dall’accento ticinese, Clay Regazzoni, nel 1979. Da lì è un rincorrersi di successi a tutto gas. Gli appassionati di Formula 1 ricorderanno quel periodo difficile per la Ferrari, costretta a mangiare polvere dal duopolio McLaren -Williams, con quest’ultima che schiera al volante delle sue vetture dalla livrea sgargiante piloti del calibro di Keke Rosberg, Nelson Piquet, Nigel Mansell (poi passato proprio alla rossa di Maranello), Riccardo Patrese, Damon Hill, Alain Prost e soprattutto Ayrton Senna.

Nel 1994 il brasiliano viene portato da Sir Frank alla guida della Williams e il binomio si presenta con i favori del pronostico al via della stagione. Ma è un anno tragico per la casa britannica. Al settimo giro del Gran premio di Imola Senna si schianta contro un muretto all’uscita della curva del Tamburello. Muore a causa delle ferite riportate al capo (un braccio della sospensione entra dalla visiera). Frank aveva un profondo legame con il fuoriclasse brasiliano e non riuscì mai ad accettare la sua scomparsa. «Non farei nulla di diverso se non cercare di evitare gli incidenti» confessò alla BBC nel 2010, in un’intervista sulla sua carriera.

Gli anni d’oro della Williams si chiudono nel 1997, con l’accoppiata titolo costruttori-titolo piloti, ottenuta grazie ai successi del giovane figlio d'arte Jacques Villeneuve. In quella stagione motoristica a infiammare il pubblico è il duello che il pilota canadese ingaggia con il tedesco Michael Schumacher, astro nascente del volante approdato in casa Ferrari con l’obiettivo di riportare la Rossa al successo. L’acme del confronto al Gran Premio d’Europa sul circuito di Jerez: Villeneuve in seconda posizione alle spalle del ferrarista: lo sorpassa, ma il tedesco chiude volontariamente la curva, provocando un contatto tra le due vetture. Villeneuve riesce a continua, mentre Schumacher ha la peggio e si ritira. Ma il talento teutonico, avrà modo di rifarsi negli anni a venire, anche perché la Williams, dopo essere diventata la prima casa automobilistica a vantare più di otto affermazioni nella classifica per squadre, deve fare i conti con il ritiro dal circuito della Renault, che le forniva i motori.

Sir Frank, con l’Italia aveva un rapporto unico: parlava benissimo la nostra lingua (lo testimoniano le interviste ai box con l’inviato Zermiani), capacità acquisita per procacciarsi gli sponsor, spesso trovati proprio nel Belpaese. Nell’ambiente lo chiamavano scherzosamente Francesco Guglielmi.

«Il team Williams è rattristato dalla scomparsa del fondatore. Sir Frank era una leggenda e un’icona del nostro sport. La sua scomparsa segna la fine di un’era per la nostra squadra e per lo sport della F1 – ha detto il ceo della Williams, Jost Capito – Ha guidato la squadra a 16 campionati del mondo, rendendoci una delle squadre di maggior successo nella storia di questo sport. I suoi valori, tra cui integrità, lavoro di squadra e una fiera indipendenza, rimangono l’etica centrale della nostra squadra».

G.P.

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