Roberto Barbolini: una “declinazione di stili”

Esce oggi il libro dello scrittore modenese “Sade in drogheria. Racconti perversi”. Eccone una pagina

MODENA. In occasione dell'uscita odierna in libreria di “Sade in drogheria. Racconti perversi” (ed. Guaraldi, € 12,90), di Roberto Barbolini, in esclusiva pubblichiamo un estratto di uno dei cinque racconti di cui è composta l'ultima fatica letteraria di quello che è, oggi, sicuramente il più importante scrittore modenese. Un anno dopo il bellissimo “L'uovo di colombo” Barbolini conferma il suo profondo piacere di narrare giocando con diversi stili letterari, declinati e corrotti in ciascuno dei racconti: il romanzo libertino liberamente aggiornato nell'avventura sospesa tra sogno e letteratura che dà il titolo alla raccolta; il racconto storico centrifugato con note di attualità contemporanea in “La festa dello zio Ciro” (ovviamente, Menotti); il poliziesco che rivive in una sorta di incrocio logico tra il metodo holmesiano e la lucida follia di Robert Walser in “Un Walser per Sherlock Holmes”; il romanzo epistolare evolutosi in chat nell'era dei social network ne “Il Giudizio di Parigi”; il noir più cupo con protagonista una specie di prete giustiziere che aveva già fatto capolino nel precedente romanzo di Barbolini in “Il candore di Padre Tiger”. Sono cinque microromanzi in cui la penna dello scrittore ancora una volta sorprende per la facilità e felicità di distorcere, alterare e ridefinire gli stili e i generi letterari che, per lui, non sembrano avere segreti, mentre al lettore rimane il piacere per questa nuova straordinaria prova d'autore. (a. march.)

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Da “Un walser per sherlock holmes”, pp.65-67 di “Sade in drogheria”.

Tra i molti casi che il mio eccellente amico, il signor Sherlock Holmes, si è trovato a risolvere nel corso della sua mirabolante carriera d’investigatore dilettante, uno dei più singolari si verificò in un piccolo paese dell’Italia settentrionale, ai piedi delle maestose Alpi Lepontine ai confini con la Svizzera . È assai probabile che i miei affezionati lettori non abbiano mai sentito parlare del luogo in cui avvennero i fatti che sconvolsero un’intera comunità fino a quando la logica implacabile di Holmes non sciolse l’enigma, illuminando con la fiaccola della ragione eventi che a menti più superstiziose – ivi compresa la mia, l’ammetto non senza vergogna – erano apparsi inspiegabili, tanto da alimentare timori soprannaturali. Il paese a cui alludo si chiama Ornavasso (…) Poco prima della guerra Holmes ed io eravamo già stati in Italia, terra così ricca di bellezze naturali e artistiche da essere denominata il Bel Paese. Ci aveva convocati d’urgenza il nostro amico Conan Doyle, un medico scozzese non digiuno di lettere che conosco fino dai tempi dell’università, quando entrambi seguivamo i corsi del dottor Bell, i cui metodi nell’ambito della semeiotica medica mi è capitato più d’una volta di accostare ai procedimenti usati da Sherlock Holmes nelle sue indagini. Ci eravamo recati nella cittadina di Carpi, nel cuore della Pianura Padana solcata dal maestoso fiume Po, per aiutare un amico di Conan Doyle: il grande e sfortunato atleta Dorando Pietri, vincitore morale della maratona alle Olimpiadi londinesi del 1908 (…). Mentre il treno procedeva sferragliando sotto il grande traforo del Sempione, il più lungo tunnel ferroviario del mondo, che il re d’Italia Vittorio Emanuele III in persona aveva inaugurato assieme al presidente elvetico Ludwig Forrer proprio nell’anno della Esposizione universale di Milano, il 1906 se non ricordo male, riandavo con la memoria ai giorni di quell’avventura memorabile, fantasticando sulle sorprese che ci avrebbe riservato il nostro nuovo soggiorno italiano. Devo confessare che sentivo già l’acquolina in bocca. A Carpi avevo imparato a conoscere lo spumeggiante vino lambrusco curiosamente detto “salamino” e i deliziosi tortellini, una pasta all’uovo ripiena d’un macinato di carni assortite e formaggio parmigiano, la cui forma si dice modellata sull’ombelico di Venere. Cullato dal ritmico ondeggiare del treno, mentre Holmes fumava silenzioso, assorto nei suoi pensieri, mi sembrava quasi di risentire in bocca il sapore di quei buoni cibi italiani e già pregustavo le appetitose scoperte che avrei fatto a Ornavasso. Fu la voce di Holmes a interrompere la mia succulenta fantasticheria. «Watson, avete mai assaggiato i vincisgrassi?». «I vinci cosa?». «Vincisgrassi, mio buon amico. È una pasta asciutta che si fa nelle Marche, condita con ragù e besciamella, a cui vanno aggiunte rigaglie di pollo ed eventualmente anche animelle, midollo e cervella bovine». Dopo tanti anni, Holmes riusciva ancora a sbalordirmi. «Come avete fatto a capire che stavo pensando al cibo?». «Semplice spirito d’osservazione, Watson. Muovevate le labbra come se steste masticando. Forse è ora di avviarsi al vagone ristorante».