Modena, Crepet e il coraggio di dire no e staccarsi dai social

Oggi lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet presenterà al Monzani il suo nuovo libro, "Il coraggio", con il quale si propone di stimolare adulti e ragazzi a credere in se stessi

MODENA.  Oggi lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet presenterà a Modena il suo nuovo libro, "Il coraggio", con il quale si propone di stimolare adulti e ragazzi a credere in se stessi, ad affermare le proprie idee e vocazioni, la propria libertà e autonomia, per non rinunciare ai propri sogni e costruire la giusta dose di autostima. L'appuntamento, gratuito, è alle 17:30 presso il Bper Forum Monzani di via Aristotele.

Cos'è oggi il coraggio?


«Ciò di cui c'è più bisogno in assoluto e ciò che in assoluto c'è di meno. Non vedo coraggio da nessuna parte e mi chiedo dove sia finito».

Quest'assenza di coraggio si riflette nell'uso intensivo che oggi si fa dei social network?

«Per venire anche al titolo del mio libro, credo che la nostra informazione, così come la politica, dovrebbero avere il coraggio di parlare non solo attraverso i social. Non credo che la realtà possa essere governata in questo modo. I problemi della Terra non saranno mai tanto semplici da essere comunicati attraverso uno strumento così elementare. Eppure oggi, dal primo ministro al cittadino qualsiasi, tutti comunichiamo con i 140 caratteri di Twitter. Un processo che definirei inversamente proporzionale all'uso del pensiero. I conti li faremo più avanti».

Qual è secondo lei la strategia più efficace per permettere a generazioni diverse di comunicare?

«Non c'è una specifica emergenza comunicativa. Tutti sembrano aver capito che la comunicazione digitale è un'opportunità. Lo si vede tutti i giorni nelle famiglie. Mi sembra anzi che ci sia fin troppa comunicazione virtuale. Da un certo punto di vista il mondo digitale è molto democratico perché permette a tutti di comunicare, indipendentemente dalla classe sociale di appartenenza o dal livello culturale. Poi ci sono degli effetti collaterali che sembrano abbastanza evidenti. Pochi giorni fa, al Web Summit di Lisbona, Stephen Hawking ha pronunciato parole di grande preoccupazione nei confronti dell'intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie. Se ha dei dubbi lui, è legittimo che li si abbia tutti».

Alla luce dei gravi fatti che hanno recentemente interessato studenti e docenti delle scuole modenesi, come incoraggerebbe gli educatori che lavorano a contatto con i giovani?

«La scuola non deve avallare a nessun livello comportamenti di quel genere. Non è vero che i ragazzi di oggi sono più agitati. In gioventù ribellione e intemperanza ci sono sempre state. Non è cambiato il livello di insubordinazione dei giovani italiani, è cambiato il livello di tolleranza. Un capitolo del mio libro si intitola proprio Il coraggio di bocciare, perché credo sia indispensabile bocciare. Se la scuola "patteggia", nel senso più deteriore del termine, è la fine. Far credere ai giovani che i loro errori non hanno conseguenze credo sia il metodo di gran lunga peggiore per educare le nuove generazioni. Il problema riguarda la formazione della classe dirigente. Ad esempio, la tendenza ad educare con strumenti digitali fin dalla più tenera età porterà a una grave perdita di autonomia e a una dipendenza dalle tecnologie. Non ci saranno più manualità, creatività, passione. Bisogna avere il coraggio di dire no e di affidarsi al buon senso. Il buon senso ci dice che abbiamo bisogno di ragazzi e ragazze che crescano consapevoli, autonomi, forti, creativi, sognatori. Serve il coraggio di fare l'impresa, lo stesso che ha permesso alla generazione del Dopoguerra di risollevare le proprie sorti creando aziende e cooperative. L'Emilia ne è un esempio straordinario. Non dobbiamo permettere che le nuove generazioni vivano sulle spalle del coraggio delle due generazioni precedenti».

Emanuele Carrafa