Donato, il giornalista che vedeva troppo: «Ecco la mia storia»

MODENA. Brescello è noto come “il paese di Don Camillo”. Lì, infatti, sono stati girati i film che illustrano il rapporto di rivalità e complicità tra il parroco e il sindaco Peppone. Brescello è...

MODENA. Brescello è noto come “il paese di Don Camillo”. Lì, infatti, sono stati girati i film che illustrano il rapporto di rivalità e complicità tra il parroco e il sindaco Peppone.

Brescello è anche il paese in cui si è svolta la storia di Donato Ungaro. Meno nota, ma decisamente più vera e anche meno divertente. Marco Martinelli ne ha preso spunto per “Va pensiero”, lo spettacolo in programma al teatro Storchi fino a domenica.

Donato Ungaro è un vigile urbano che sceglie di collaborare con la Gazzetta di Reggio. Ottiene l’autorizzazione dal sindaco e nel 2001 inizia a scrivere ciò che vede. Vede malaffare, estrazioni di sabbia abusive sulle rive del Po, scopre misteriosi progetti di centrali a turbogas. All’amministrazione la cosa non piace e Ungaro viene licenziato, con accuse che non reggono: il suo licenziamento è stato dichiarato illegittimo in tutti e tre i gradi di giudizio. Una storia a lieto fine? Non proprio.

«Sto ancora aspettando il reintegro, - spiega Ungaro - desidero indossare di nuovo la divisa. Nel 2013 sono stato licenziato una seconda volta. Il 28 maggio è uscita una delibera della giunta illegittima, che disponeva che sarei dovuto essere in servizio a Brescello il 10 giugno. Ho ricevuto un avviso un paio di giorni prima ed ho ritirato in posta la raccomandata il 10 giugno stesso, alle 10.30. Mi chiedevano di presentarmi alle 7. È palesemente illegittima, ma né il comune né i commissari lo ammettono. Sto ancora aspettando che venga annullata». Nel frattempo, Donato fa l’autista per Tper a Bologna ma non smette di parlare di legalità agli studenti delle scuole. La sua storia è arrivata anche al regista Marco Martinelli. «Marco ha saputo del premio ad honorem per il giornalismo d’inchiesta conferitomi dal Gruppo dello Zuccherificio, nel 2015, e mi ha contattato. Abbiamo avuto diversi incontri in cui ho avuto modo di raccontare la mia storia. Ne sono nati due lavori teatrali: “Saluti da Brescello”, andato in scena al Teatro Argentina di Roma, che racconta i fatti in maniera quasi letterale, e “Va pensiero”, adesso in programmazione allo Storchi di Modena». Un altro modo di raccontare, una diversa cassa di risonanza, ma anche una consolazione: «Questi spettacoli - aggiunge il giornalista - hanno un valore molto importante per me. In questi anni mi sono spesso sentito abbandonato. La politica finge che io non esista. È un controsenso, perché ho sempre creduto nello Stato, nella legalità. In tutto questo Marco per me è stato come l’Arcangelo Gabriele o qualcosa di simile. Queste rappresentazioni sono come un abbraccio caldissimo. Sono anche una grande occasione. Quando ho visto “Saluti da Brescello” a Roma, sono rimasto colpito. È la mia storia, è dentro di me, ma l’impatto è stato fortissimo: il teatro ha una forza spaventosa. In “Va pensiero”, Marco ha colto un passaggio fondamentale: lui ha collegato la mia storia a un contesto che è il prodromo del processo Aemilia. Ciò di cui scrivevo e che andava di traverso a molti è stato, anni dopo, al centro del maxiprocesso. In un articolo del 1986 si parla di 10 persone della ‘ndrangheta arrestate a Reggio Emilia. La mafia c’era già ma non c’era la pretesa di comprenderlo. È questo il messaggio: va pensiero, sforzati di vedere e denunciare».

Eleonora Degoli