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1948. Modena, si avvicinano le elezioni Appelli, tensione e scontri

Cariche della polizia contro un assembramento del Fronte Popolare

MODENA. Le strade non sono sicure, perché auto e autocarri risalgono quasi tutti all’anteguerra, e avrebbero bisogno di una continua manutenzione, che spesso purtroppo non veniva effettuata. E così un autocarro Fiat 626 viaggiava sulla Nonantolana (mi ricordo benissimo che la strada non era asfaltata: quando di lì passò il Giro d’Italia vidi solo polvere!) a discreta velocità diretto verso Modena. Le sbarre erano abbassate per il passaggio della Littorina diretta a Mirandola. “L’autista dell ...

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MODENA. Le strade non sono sicure, perché auto e autocarri risalgono quasi tutti all’anteguerra, e avrebbero bisogno di una continua manutenzione, che spesso purtroppo non veniva effettuata. E così un autocarro Fiat 626 viaggiava sulla Nonantolana (mi ricordo benissimo che la strada non era asfaltata: quando di lì passò il Giro d’Italia vidi solo polvere!) a discreta velocità diretto verso Modena. Le sbarre erano abbassate per il passaggio della Littorina diretta a Mirandola. “L’autista dell’autocarro agiva sui freni per arrestare la macchina, ma i freni non funzionavano.

Visto ormai inevitabile il cozzo contro il convoglio ferroviario che stava transitando, l’autista dirigeva l’autocarro contro una delle colonnine di sostegno delle sbarre con la speranza di poter fermare in tal modo la corsa dell’automezzo senza cozzare contro il treno. Purtroppo, anche a causa del rilevante peso del “626”, il pilastro di cemento cedeva senza arrestare l’automezzo. In tal modo l’autocarro raggiungeva le vetture ferroviarie cozzando contro i montanti. I viaggiatori che si trovavano a bordo delle carrozze contro le quali aveva urtato l’autocarro erano invasi dal panico, ma fortunatamente nessuno di essi aveva riportato ferite”. Meno bene andò per chi viaggiava sul camion.

Ma ci sono anche buone notizie. A Marano sul Panaro in febbraio torna Amedeo Cornia, un superstite della Divisione “Acqui” di cui nessuno aveva più notizie da cinque anni. “Non ha più trovato la famiglia: il babbo si era trasferito in un altro paese, i fratelli si erano separati, la sua fidanzata si era sposata. Per tutti era morto”. L’8 settembre 1943 era a Corfù soldato della Divisione “Acqui”. Fatto prigioniero dai Tedeschi, fu mandato a lavorare in Croazia. Scappò, ma fu poi catturato dai partigiani di Tito, e avviato a piedi, verso la fine del 1944, in pieno inverno, verso la Russia.

“Ricorda di aver camminato tanto tempo, forse un mese, forse due”. Da Mosca fu trasferito a lavorare nella distrutta città di Stalingrado fino alla fine del 1945. Da lì fu inviato con una tradotta a Belgrado, dove scontò 22 mesi di carcere”. Qualcuno gli chiede perché non abbia mai scritto. “Sì, scrivevo qualche volta, c’era la cassetta postale nei campi. Poi ci chiamavano per nome e ce le strappavano in faccia, ridendo”. I lettori scrivono alla “Gazzetta” le loro lamentele più disparate. Ne riportiamo alcune. “Dopo anni di inattività i due semafori di cui dispone la nostra città, un bel giorno si sono finalmente messi a funzionare, ma poi subito dopo uno dei due, e precisamente quello posto al centro di Modena, si è spento senza più riaccendersi. Dovrà forse rimanere inattivo altrettanto tempo?”. Un signore che abita in Via Balugola segnala che c’è un portico che di sera è completamente all’oscuro per mancanza di lampadine. “Di conseguenza sotto queste arcate di questi portici si danno appuntamento numerose coppie, le quali non sempre si comportano in maniera edificante. Inoltre l’oscurità favorisce anche coloro che fanno servire le colonne ad usi per i quali esse non sono destinate”. Gli abitanti di Via Guicciardini si lamentano perché la loro strada è impraticabile per il fango. “Basterebbero tre o quattro birocci di ghiaia per far sì che si potesse rincasare anche al buio senza andare nel pantano fino alla caviglia.


Quando andiamo in centro provenienti da casa sembra che noi si sia arrivati da un paese dell’Alto Appennino tanto siamo sporchi”.

La “Gazzetta” manda un suo cronista a intervistare a Carpi “mamma Nina”, sorella di don Zeno Saltini, fondatore di Nomadelfia.



È un personaggio straordinario, che Wikipedia così descrive: “A 21 anni Marianna (1889-1957) sposa il sarto Arturo Testi, da cui avrà sei figli: Sergio, Vincenzo (divenuto poi sacerdote), Enzo, Maria, Francesco, Gioacchino. Rimane, però, vedova a 39 anni. Decide di affidare i più piccoli ai parenti e di mandare i più grandi in collegio. A questo punto decide però di diventare la mamma di tanti bambini poverissimi e soprattutto di bambine che altrimenti sarebbero state ineluttabilmente destinate alla strada. Gira per le case più povere e sotto i portici delle città vicine per recuperare le piccole mendicanti e avvicina le prostitute per convincerle ad affidarle le loro figlie. Si tratta del "paradosso" di Mamma Nina, la "matta che aveva abbandonato i figli suoi per quelli degli altri". Nel marzo del 1936 il vescovo Carlo De Ferrari approva con statuto provvisorio la sua opera delle "Sorelle di San Francesco" e il Comune di Carpi le concede in uso il Palazzo Benassi. Fino al giorno della sua morte Mamma Nina ha cresciuto oltre mille figlie, che ha salvato dalla strada e fatto studiare o avviato ad un mestiere. Molte di loro si sono sposate accompagnate all'altare da questa mamma che il mondo aveva giudicato matta. Ancora oggi a Carpi in via Matteotti 71 nella Casa della Divina Provvidenza continua l'opera iniziata da Marianna Saltini”.



I cinema e i luoghi di spettacolo sono sempre pieni (invasi dal fumo delle sigarette, spesso di contrabbando). L’8 marzo al Teatro Storchi Wanda Osiris ed Enrico Viarisio recitano “Domani è sempre domenica”, di Pietro Garinei e Sandro Giovannini.

Agli inizi di gennaio si era svolto il VI Congresso del P.C.I.: il compagno Palmiro Togliatti viene riconfermato Segretario generale, con Luigi Longo suo vice. I membri della Direzione sono un pezzo della storia italiana: Giorgio Amendola, Arturo Colombi, Giuseppe Di Vittorio, Edoardo D’Onofrio, Girolamo Li Causi, Celeste Carlo Negarville, Teresa Noce, Agostino Novella, Giancarlo Pajetta, Antonio Roasio, Giuseppe Rossi, Giovanni Roveda, Mauro Scoccimarro, Pietro Secchia, Emilio Sereni, Velio Spano, Rita Montagnana, Umberto Terracini. “Il compagno Enrico Berlinguer è stato designato a far parte di diritto della Direzione in qualità di candidato come dirigente del Movimento giovanile comunista”.

Le elezioni si avvicinano e la Chiesa si fa sentire. I vescovi dell’Emilia stilano una “Notificazione” da diramare alle popolazioni delle Diocesi sui doveri dei cattolici: “Fra i partiti che si disputeranno il potere ve ne sono diversi che non si ispirano a principi cristiani; ma uno particolarmente ci preoccupa per il gran numero di aderenti che trova fra il popolo.

Intendiamo parlare del social-comunismo, il quale si basa sull’ateismo materialista, cioè sulla negazione di Dio … Se questa corrente dovesse prevalere, avremmo anche in Italia una guerra aperta contro la Religione: sarebbero oppresse le più sacre libertà e verrebbe paralizzata l’azione della Chiesa. Vedremmo inoltre dissacrata la famiglia, laicizzata la scuola, turbata la società da violente lotte di classe”.



E in occasione della Pasqua nel suo discorso il Pontefice avverte che “Roma si trova ora dinanzi o per meglio dire in mezzo ad una svolta del tempo che richiede somma vigilanza, instancabile prontezza, incondizionata azione. “Vegliate e pregate”, così il Signore ammoniva i suoi discepoli”.

Il 15 febbraio si erano svolte le elezioni amministrative a Pescara, e il Fronte aveva ottenuto il 48,6% dei voti: un successo. “l’Unità” aveva inviato come cronista il grande poeta Alfonso Gatto (1909-1976): “Quando ha cominciato a diffondersi la notizia della vittoria del Fronte le strade sono andate sempre più animandosi. Le vecchiette si sono fatte sugli usci delle case, rasserenate. Falso dunque quello che avevano predicato i parroci nelle chiese: se vincerà il Fronte verranno da Taranto a bombardare Pescara”.

Pochi giorni dopo lo stesso Gatto scriverà, da poeta, un articolo su Bologna e l’Emilia: “La storia delle sue lotte è una storia d’abbondanza e di miseria, di operai che viaggiano tutta la vita nel solco della propria fatica e bruciano di sole e di gelo ... Diciamola pure “rossa” quest’Emilia ormai salutata dalla luce d’un mondo che sorge. È il colore del sereno”.

I partiti sono in fermento e a Modena viene a fare un comizio perfino Scelba, che conclude affermando “che è assurdo dire che si combatte per Cristo o contro Cristo “poiché Cristo non sarà sconfitto neppure se vincesse il Fronte Popolare”. Ciò che è realmente messo in pericolo è la concezione cristiana della vita. Per questo la Chiesa ha il diritto di gettare l’allarme”.

Nel P.C.I. c’è chi vorrebbe candidare Alfeo Corassori, ma il Sindaco rifiuta: “Compagni, permettetemi di ricordarvi che già per le elezioni del 2 giugno, dietro vostre insistenze, accettai la candidatura, convinto di poter assolvere nello stesso tempo il mandato di Deputato e quello di Sindaco. Ben presto mi accorsi che era difficile, se non impossibile, mantenere fede ai due impegni, e quindi chiesi ed ottenni il vostro consenso per dimettermi da Deputato. Perciò vi domando oggi di accogliere la richiesta di non presentarmi candidato alle prossime elezioni e di lasciarmi pur continuare con tutta la libertà la mia opera come amministratore nella nostra città. Ciò non mi impedirà di dare quanto è nelle mie forze per la realizzazione degli obiettivi del Fronte” (chissà se tutti i deputati e i senatori che abbiamo eletto il 4 marzo hanno la tempra dell’allora Sindaco di Modena!).

C’è forte tensione in città.

Ancora “l’Unità” il 7 aprile: “Non si era ancora spenta l’eco dell’arresto da parte di agenti della Questura di alcuni frontisti fra cui il segretario della Camera del Lavoro, dott. Brunello Montorsi, che distribuivano volantini di propaganda elettorale, allorché una nuova provocazione veniva consumata in dispregio alle più elementari forme di libertà. Verso le ore 23 di lunedì 5 un battaglione di agenti guidati personalmente dall’ispettore generale di P.S. e rafforzati in seguito da alcuni reparti di carabinieri circondava alcuni esponenti del Fronte intenti ad affiggere manifesti elettorali nel centro della città, sequestrando il materiale a loro disposizione con la scusa che impedivano il regolare traffico. Alcuni attacchini venivano fatti salire sui camion mentre contro i passanti che nel frattempo avevano fatto cerchio attorno ai nostri compagni veniva minacciato l’uso dello sfollagente. Vi fu chi commentò l’inqualificabile sopruso in maniera piuttosto aspra.

All’ispettore “Scelba” non piacquero però i commenti, e in virtù delle funzioni di cui è stato investito dal suo degno padrone pensò di ordinare il “caricate”. Allora per la prima volta è echeggiato per le vie di Modena il grido che accompagna il roteare degli sfollagenti e piovvero i colpi sulle spalle e sulla testa dei nostri cittadini. Contemporaneamente una “jeep” si introduceva sotto i portici del Collegio ingolfato di folla impaurita, filando a 50 chilometri all’ora e rovesciando parecchie persone. I carabinieri dal canto loro manovravano il moschetto con pallottola in canna a mo’ di clava sulle costole, ingiungendo di sgomberare. Le cariche si sono susseguite dalle ore 23 fino alle 2”.

Che le cose siano andate proprio così lo conferma anche la “Gazzetta”: “Poiché l’assembramento andava sempre più ingrossandosi, gli agenti ordinavano di sgombrare. Visti inutili gli inviti, una “jeep” della polizia partendo da via San Carlo percorreva a gran velocità il portico del Collegio mettendo a dura prova le capacità acrobatiche di coloro che affollavano il portico. Pochi minuti dopo l’assembramento si era di nuovo formato riportandosi in centro, e dopo nuovo invito a sgomberare la Celere caricava la folla distribuendo manganellate”.

Modena aveva 111.364 abitanti, e i voti validi furono 73.113.

Il 18 aprile il Fronte Democratico Popolare ottenne 38.160 voti, pari al 52,2%; la Democrazia Cristiana 25.646 (35,1%), l’Unità Socialista 6.796 (9,3%), il Partito Repubblicano 691 (0,9%), il Blocco Nazionale (era formato da Partito Liberale e Fronte dell’Uomo Qualunque) 789 voti (1,1%).

Ma le sinistre in Italia furono sconfitte. Su 26.264.458 voti validi la Democrazia Cristiana ne ottenne 12.740.042, e il Fronte Democratico Popolare 8.136.637.

Rolando Bussi

bussirolando@gmail.com

(19, continua)++++++++++