1950.Modena: Asfalto rosso di sangue davanti alle Fonderie Riunite

La protesta per i licenziamenti finisce in strage: sei morti, centinaia di feriti

MODENA. “La Verità”, organo della Federazione modenese del P.C.I., sabato 7 gennaio intitolava: “Tutti attorno ai licenziati delle Fonderie Riunite”. Lunedì 9 gennaio 1950 la polizia sparò sui manifestanti per impedire l’occupazione delle Fonderie Riunite. Vi furono centinaia di feriti e sei vittime: Angelo Appiani, Renzo Bersani, Arturo Chiappelli, Ennio Garagnani, Arturo Malagoli e Roberto Rovatti.

All’epoca Eliseo Ferrari era il segretario cittadino della Fiom, e di quei drammatici giorni tenne un resoconto dettagliato (A sangue freddo. Modena 9 gennaio 1950. Cronaca di un eccidio): “Subito dopo il capodanno del 1950, nella sede di Confindustria vi fu una riunione degli industriali della provincia di Modena dove venne deciso l’uso della polizia a sostegno di Orsi per reprimere con la violenza ogni manifestazione sindacale e di massa. Nel frattempo il prefetto e il questore rifiutarono alla Camera del lavoro qualsiasi piazza per svolgere, il lunedì 9 gennaio, la manifestazione sindacale provinciale prevista e decisa nel Consiglio generale dei sindacati e delle leghe …

La domenica 8 gennaio affluirono a Modena dal Nord Italia, dal Veneto e dalla Toscana ingenti forze di polizia e di carabinieri: circa 1500 con autoblindo, camion, jeep, armati di tutto punto, tra cui i corpi speciali anti sommossa. I viali del parco davanti alla questura erano pieni … Alle sei del mattino di lunedì 9 gennaio 1950, nel salone del circolo Sirenella, in via Montegrappa, presiedetti l’assemblea generale di tutti i lavoratori delle Fonderie Riunite. Vi erano quasi tutti gli operai e gli impiegati, compresi i portinai. Man mano che arrivavano, a piedi o in bicicletta, dovevano passare tra i blocchi stradali della polizia che vietava il transito ai veicoli di qualsiasi tipo e controllava i documenti, perquisendo le borse per il mangiare … La riunione si svolse serenamente e pacificamente. Tutti d’accordo di non accettare nessuna provocazione e di stare nei pressi della fabbrica.

La polizia aveva occupato il posto dove solitamente stavamo come picchetto: i lavoratori si spostarono più lontano anche perché davanti all’ingresso dello stabilimento vi erano dei camion pieni di poliziotti armati in attesa di entrare in azione. Andai alla Camera del lavoro a informare la segreteria della Fiom della situazione e dei rischi incombenti. Si decise: una delegazione di parlamentari, deputati e senatori, sarebbe andata dal prefetto e una dal questore insieme con i dirigenti sindacali per chiedere l’autorizzazione ad avere la piazza per svolgere la manifestazione sindacale alle ore dieci, quando avrebbe avuto inizio lo sciopero generale

. Il questore aggredì verbalmente la delegazione: “Vi stermineremo tutti!”, gridava come un pazzo furioso, rifiutando il dialogo e quindi l’autorizzazione alla piazza. I lavoratori affluivano a Modena dalla provincia con ogni mezzo di trasporto, recandosi nel quartiere Crocetta Santa Caterina, nei pressi delle Fonderie Riunite … La città tutta si era fermata, i negozi erano chiusi e la gente per solidarietà o semplicemente per curiosità, non avendo altro posto dove andare, si recava alla Crocetta. Poco dopo le dieci un gruppo di una decina di lavoratori si trovava all’esterno della fabbrica vicino al muro di cinta, cercando di dialogare con i carabinieri che si trovavano all’interno.



Uno di questi sparò con la pistola, a freddo, uccidendo Angelo Appiani, colpito in pieno petto. Nel frattempo, dal terrazzo della fabbrica, gli agenti della “benemerita” spararono con la mitragliatrice sulla folla inerme che si trovava ferma sulla via Ciro Menotti, oltre il passaggio a livello, chiuso per il passaggio di un treno. Arturo Chiappelli venne colpito a morte, così Arturo Malagoli, molti furono feriti gravemente e tanti in modo più leggero. Fu una strage terribile: urla e gemiti e invocazioni disperate di soccorso. L’asfalto divenne rosso di sangue. La gente scappava, cercava rifugio, alcuni assistevano i feriti e li trasportavano al riparo dove era possibile, li medicavano facendo le bende strappandosi le maglie di dosso e con i fazzoletti, suturando ferite e tentando di fermare emoraggie …

Roberto Rovatti si trovava in fondo a via Santa Caterina vicino alla chiesa, cioè dal lato opposto e distante più di mezzo chilometro da dove vennero uccisi i suoi compagni. Portava una sciarpa rossa al collo com’era sua abitudine. Circa mezzora dopo la prima sparatoria, venne circondato da un gruppo di carabinieri, scaraventato violentemente dentro al fosso e massacrato, linciato a forza di tremende botte con i calci dei fucili. Non aveva opposto nessuna resistenza. Ennio Garagnani venne assassinato in via Ciro Menotti dal fuoco di un’autoblindo che sparava all’impazzata tra la folla ferendo molti gravemente …



Nella tarda mattinata, finalmente, il prefetto autorizzò l’uso di piazza Roma per svolgere la manifestazione sindacale, quando ormai il barbaro eccidio era consumato … Era da poco trascorso mezzogiorno, la macchina della Cgil con l’altoparlante aveva già annunciato la manifestazione in piazza Roma invitando i lavoratori a partecipare. La gente aveva cominciato ad affluire. In fondo a via Ciro Menotti, all’incrocio con via Paolo Ferrari e Montegrappa, uscendo da una parte dove si era riparato, Renzo Bersani attraversava la strada a piedi senza correre; un graduato si inginocchiò sulla strada, era lontano da lui circa 150 metri, prese la mira e gli sparò, fulminandolo, di fronte a migliaia di testimoni …

Nel primo pomeriggio del 9 gennaio 1950 i commissari di polizia sguinzagliati a piedi sulle strade e lungo la ferrovia del quartiere cercavano qualche oggetto come “corpo del reato” per dimostrare la presunta, violenta resistenza dei lavoratori. Non trovarono niente perché non c’era niente. Nessun poliziotto rimase ferito … L’Italia, in occasione dei solenni funerali a Modena dei sei lavoratori caduti, si fermò … Le bare, portate a spalla dai compagni di lavoro, passarono in mezzo al popolo, ai democratici di tutti i partiti e sindacati, venuti da ogni dove per rendere omaggio e dare l’ultimo saluto. . .



Nel processo tutti e trentaquattro i lavoratori arrestati vennero assolti con formula piena per non aver commesso il fatto. Avevano trascorso in carcere oltre due anni, vittime innocenti di una politica faziosa e autoritaria a danno dei più deboli. Nel processo contro i responsabili dell’eccidio che si svolse presso il tribunale di Modena, tutto il castello di menzogne crollò miseramente e per la prima volta i funzionari di polizia vennero condannati per “l’uso troppo frettoloso delle armi”. Lo Stato pagò ai famigliari dei caduti un risarcimento economico per le perdite dei loro cari, cosa mai accaduta prima. Era un fatto positivo, anche se gli assassini, complice il governo, l’hanno fatta franca. . . Tre giorni dopo l’eccidio, il 13 gennaio 1950, in prefettura alle ore 17 e 30 venne firmato l’accordo per la riapertura delle Fonderie Riunite senza nessun licenziamento e nessun’altra condizione, se non quella della gradualità nella riammissione al lavoro di tutti i dipendenti. I lavoratori avevano respinto le pretese assurde e liberticide del padrone, difeso i loro diritti sindacali e le libertà costituzionali”.



L’eccidio provocò in tutta Italia una fortissima tensione.

Non furono soltanto i giornali della sinistra a condannare, perché quella di Modena fu una visione inquietante. Sulla “Stampa” prendono posizione contro l’eccidio Vittorio Gorresio e Luigi Salvatorelli. “Già sentiamo incalzanti – scrive Gorresio – le interpretazioni che ci parlano di piani di agitazioni nella provincia rossa modenese. Sono frusti argomenti che non esauriscono il problema”.

Rampognato dal “Popolo” per aver rilasciato nientemeno che una dichiarazione al settimanale comunista “Vie Nuove”, Gorresio risponde sul “Mondo”: “È un ragionamento da caporali e non da uomini politici. Fu concepito dai caporali zaristi il 9 gennaio 1905, quando spararono contro gli operai davanti al palazzo d’inverno dl Pietroburgo”. Gaetano Baldacci sul “Corriere della Sera” ha così commentato la pratica delle cariche: “C’è una realtà disonorevole per il nostro paese: la rivoltante uccisione di contadini affamati, la Celere come capitolo della scienza economica, mentre i proprietari di immense terre se ne stanno a Roma o a Capri, a intrigare con la politica o con l’alta società”. “Ai vivi in nome dei morti”: così il fondo di Sandro Pertini su “l’Avanti” il giorno prima dei funerali: “Cristo per opera di costoro è oggi nuovamente crocifisso, perché Cristo è nel lavoratore affamato che cade sotto il piombo del governo clericale”.




Palmiro Togliatti adottò la sorellina più piccola di Arturo Malagoli, Marisa, che aveva sei anni, che divenne docente alla facoltà di Psicologia dell’Università di Roma “La Sapienza”.

” La mia era una tipica famiglia patriarcale – racconta – Mio padre era del 1893, lo stesso anno di Palmiro Togliatti. Abitavo con i miei fratelli e le mie sorelle (eravamo dodici figli) in una casa di campagna a Nonantola. . . I miei genitori erano mezzadri. Io ero la figlia più piccola. Mio fratello Arturo, di circa 21 anni, e l’altro fratello Giuseppe (classe 1920) erano i più politicizzati della famiglia. Con una differenza. Giuseppe era bracciante, quindi continuava a lavorare in campagna. Arturo, invece, era il primo della famiglia che dalla campagna si era spostato in città per lavorare in fabbrica”.



“Questi due miei fratelli “politicizzati” sono uno dei miei ricordi più vivi: ho nitidissimi flash della campagna elettorale del 18 aprile del’48, perché loro due erano molto indaffarati ad andare in giro a disegnare ovunque il simbolo del Fronte popolare, quello con la faccia di Garibaldi, o a innalzare la bandiera rossa sull’albero più alto vicino casa. . . Arturo era un po’il nostro tramite con la città e con il resto del mondo, dato che non avevamo la radio (essendo privi di elettricità). Un mese prima dell’eccidio, c’erano già state delle manifestazioni e Arturo era finito in carcere per qualche giorno. . . Il giorno in cui venne ucciso, ricordo che io tornavo a piedi da scuola con mia sorella Renata. Era un giorno bello, ma freddo”.


 

“Da lontano cominciammo a renderci conto che era successo qualcosa, c'era la polizia e quando fummo vicine alla casa sentimmo le urla e il pianto di mia madre. Il giorno dopo, c'era una nebbia terribile, fummo tutti portati in auto (e quello era già un evento, all’epoca le macchine erano una rarità) all'obitorio dell'ospedale di Modena. La scena mi è rimasta impressa: il corpo di mio fratello, il sangue dappertutto, per terra e sul lenzuolo, gli altri morti … Togliatti, venuto a Modena in seguito all'eccidio, decise con Nilde Jotti di aiutare una delle famiglie coinvolte. La scelta cadde su di noi. Il tramite fu l'onorevole Gina Borellini, una partigiana medaglia d'oro alla Resistenza, che in guerra aveva perso un arto. Anche dietro spinta dei miei fratelli e delle mie sorelle, fu stabilito, con una specie di accordo reciproco, che io andassi a Roma a studiare. Quello dello studio era un mito dei miei fratelli che non avevano potuto andare oltre la quinta elementare: erano consapevoli che andare a scuola era il mezzo per cambiare la propria condizione. L'idea che io potessi studiare fu anche di incentivo per mia madre che era restia a lasciarmi andare. In realtà, l'allontanamento è poi stato relativo, sono sempre stati mantenuti molti contatti, sia perché io tornavo regolarmente a Modena, sia perché qualcuno della mia famiglia veniva a Roma. Da allora ho vissuto sempre con Palmiro Togliatti e Nilde Jotti. Prima che io compissi i diciotto anni Togliatti riuscì, con un'azione legale, a darmi il suo cognome. Infatti io mi chiamo Malagoli Togliatti”. Angelo Appiani abitava al n. 36 di Via Due Canali, una strada senza sbocchi, che conosco benissimo perchè in fondo a sinistra, prima di arrivare al canale Naviglio, mio padre con altri due soci aveva aperto una fabbrica di borsette (credo che ben pochi sappiano che il nome della strada deriva dal canale oggi coperto, e da un canale che passa nascosto sotto tutte le case per sfociare poi nel Naviglio). Viveva lì con la moglie Wilma e il piccolo Ermanno, che poi diventerà apprezzato funzionario del Comune di Modena. Era una zona fortemente di sinistra. Ricordo che nel cortile della fabbrica di mio padre si tenne anche una Festa dell’Unità. Lì a metà strada c’era una cellula del PCI. Ricordo una stanza non molto grande, con un ritratto di Stalin appeso alla parete circondato da fiori rossi finti. Era intitolata a Tauro Gherardini, nato a Modena il 19 marzo 1921, partigiano, padre del mio carissimo amico Brunello, e la stanza era stata offerta dal padre Evaristo. Tauro partecipò al secondo conflitto mondiale come geniere, ma dopo l’armistizio conobbe i drammi della guerra: nel corso di un bombardamento perse uno dei due figli e l’altro restò gravemente ferito. Venne arrestato il 31 dicembre 1944 per la delazione di una spia e fucilato dai fascisti il 15 febbraio 1945 insieme ad altri quattro ostaggi partigiani nella piazza di Fiorano. Quando la cellula venne chiusa, e la nuova sezione del PCI si traferì, assunse il nome di Angelo Appiani. Al vecchio Evaristo dispiacque moltissimo. Rolando Bussi bussirolando@gmail.com