Modena/ 1953. La “legge truffa” scatena in città scontri e scioperi

Un corteo dal teatro “Storchi” cerca di raggiungere il centroma viene bloccato da un “energico” intervento della polizia

A Casinalbo dal 1924 c’è uno dei più antichi salumifici modenesi, “Montorsi Francesco e figli”, ora appartenente a un grande gruppo alimentare nazionale. Nel gennaio del 1953 si va a processo a Roma, dopo tre anni, per una truffa subita. L’agente che lavorava sul Lazio fa inviare al gestore privato dell’Approvvigionamento della Scuola Militare della Motorizzazione della Cecchignola salumi per il valore di tre milioni e mezzo. Quando si cerca di incassare la cifra, nessuno sa niente di questo acquisto. Si cominciava a viaggiare in auto (era la “Topolino” l’auto più diffusa, ovviamente perché costava meno), ma ci si muoveva soprattutto in treno. La biglietteria della Stazione ha incassato per Natale più di 1.200.000 lire al giorno, e “nelle due notti fra il 22-23 e fra il 24-25 dicembre la stazione è stata letteralmente invasa da gruppi di viaggiatori meridionali diretti verso le famiglie al Sud. La notte fra il 22 e il 23 ha atteso sotto le pensiline un gruppo di oltre un migliaio di persone, specie militari che si recavano in licenza. Non si lamenta il minimo incidente. Solo una volta una donna che attraversava inconsciamente i binari con i suoi tre piccoli figlioli è stata strappata appena in tempo prima di essere travolta da un treno che stava sopraggiungendo”. Ma il problema del traffico comincia a farsi sentire. L’incrocio tra Via Vignolese, Viale Trento Trieste e Viale Muratori, allora a doppio senso di marcia, è micidiale. Chi sfoglia i quotidiani dell’epoca troverà continuamente notizia di incidenti, spesso tragici, e spesso la domenica sulle nostre montagne.
Ma ci si fa male anche in bicicletta, perché si viaggiava spesso in due, uno sulla “canna”. E alla figlia dell’onorevole Attilio Bartole, parlamentare della D.C., accade proprio così. Il fidanzato attraversa con lei Piazzale Natale Bruni, e un taxi lo sorpassa e poi frena. Commozione cerebrale, ma è andata bene.

Il tribunale processa “per direttissima” per il reato di diffamazione a mezzo stampa Terenzio Ascari, direttore del settimanale “La Verità” del P.C.I., e Maria Vittoria Mezza, responsabile del settimanale “Domani”, del P.S.I. Avevano entrambi tacciato l’ing. Pradelli, consigliere comunale democristiano, di essere “servo sciocco di un governo irresponsabile”. Sono stati entrambi condannati a sette mesi di reclusione. Il “governo irresponsabile” era naturalmente, per i partiti di sinistra, quello retto da Alcide De Gasperi.

Il 7 giugno del 1953, come vedremo in una prossima puntata, gli italiani furono chiamati alle urne. Il vecchio sistema proporzionale lasciava il posto a una nuova legge elettorale, che prevedeva un consistente premio di maggioranza, il 65% dei seggi, al gruppo di liste che avesse raggiunto almeno la metà dei voti più uno. Quando però furono aperte le urne, per il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi – che quella legge volle a tutti i costi – fu una ‘doccia fredda’: il premio di maggioranza non scattò per un soffio e all'appello mancavano appena 54.968 voti. Calava il sipario sull'era degasperiana.

Il disegno di legge era stato presentato il 21 ottobre alla Camera dal ministro Mario Scelba. Ma l’opposizione di sinistra, insieme alle destre, attuò fin da quel momento l’ostruzionismo. La sera del 15 novembre 1952 fu siglato a Roma l’accordo fra i quattro partiti di maggioranza (DC, PSDI, PLI, PRI), che stabilirono di presentarsi al corpo elettorale con liste collegate nell’intero territorio nazionale.

Fra gli avversari della legge vi furono personalità politiche di grande integrità ed autorevolezza, come Ferruccio Parri e il liberale Corbino. La morte – sopraggiunta il 20 febbraio 1953 – impedì a Francesco Saverio Nitti di votare contro la legge. Anche Vittorio Emanuele Orlando poco prima di morire (novembre 1952) dichiarò di essere maldisposto verso questo nuovo sistema. Infine, l’11 dicembre, ci fu la presa di posizione contraria di Piero Calamandrei, che in un suo intervento alla Camera – parlando anche a nome di altri sette deputati socialdemocratici dissidenti – espresse chiaramente la sua avversità alla legge elettorale, che definì una “truffa”.

Ma lo strappo definitivo con il gruppo dei “dissidenti” socialdemocratici avvenne appena pochi giorni dopo, il 23 dicembre, con l’espulsione dal partito di Tristano Codignola. Per solidarietà si dimisero anche lo stesso Piero Calamandrei, Paolo Vittorelli, Francesco Zanardi, Antonio Greppi, Edmondo Cossu, Lucio Libertini ed altri.

Pochi giorni dopo la bocciatura delle pregiudiziali di incostituzionalità presentate da PCI e PSI contro la nuova legge, il 31 dicembre il Presidente della Camera Giovanni Gronchi dispose la riduzione a 11 dei 216 ordini del giorno presentati dalle sinistre, allo scopo di affrettare i tempi per la sua approvazione, e per tutti i primi mesi del 1953 la politica italiana visse uno dei momenti più aspri della sua storia.

Tutta la vita parlamentare fu infatti animata da durissimi scontri contro il governo, e fu proprio in quei giorni che l’opposizione, continuando nel suo ostruzionismo, cominciò col definire assiduamente questa legge elettorale una "Legge truffa". Il 13 gennaio i deputati social-comunisti alla Camera tentarono di impedire materialmente lo svolgimento di una votazione non ritenuta da loro regolare, e il comunista Silvio Messinetti venne sospeso per cinque giorni, avendo rovesciato un’urna contenente le palline per la votazione. Il 14 gennaio De Gasperi pose la questione di fiducia alla Camera.

Numerose furono le manifestazioni organizzate da PCI e PSI contro questa decisione, e a Roma una dimostrazione fu dispersa dalla Celere. Il 20 gennaio la CIGL proclamò uno sciopero generale e in piazza la polizia fu costretta ad intervenire con gli idranti per evitare il precipitare della situazione. In uno di questi scontri rimase contuso fra gli altri anche il deputato comunista e direttore de “l’Unità” Pietro Ingrao. Numerosi furono gli arresti.

A Modena il 12 gennaio al Teatro “Storchi” si protesta con il teatro colmo, ma il tentativo di incolonnarsi verso il centro lungo la Via Emilia viene bloccato “da una tempestiva ed energica azione della polizia”.
Il 21 gennaio dopo una seduta di oltre 70 ore, nel corso della quale intervennero tutti i deputati dell’opposizione, il governo chiese ed ottenne la fiducia. Quindi la legge elettorale venne finalmente approvata con 332 sì e 17 no, con l’astensione delle opposizioni.


Il 22 gennaio una delegazione di deputati dell’opposizione (composta da Fernando Targetti, Pietro Nenni, Palmiro Togliatti, Fausto Gullo e Tomaso Smith) illustrò al presidente della Repubblica Luigi Einaudi le ragioni dell’ostruzionismo sulla legge elettorale e denunciò l’incostituzionalità del modo di procedere del Presidente della Camera Gronchi.


Alla fine, alle ore 15,55 del 29 marzo 1953, dopo interminabili battaglie parlamentari e dopo una seduta di 77 ore e 50 minuti, la legge venne approvata anche dal Senato. Ottenne 174 voti favorevoli e solo 3 astenuti. L’opposizione al momento del voto abbandonò l’aula. Poco prima del voto finale scoppiarono anche violentissimi incidenti, nel corso dei quali il ministro Randolfo Pacciardi rimase leggermente ferito, mentre il ministro Ugo la Malfa fu schiaffeggiato dal senatore Emilio Lussu. Quel giorno la C.G.I.L. proclamò uno sciopero generale.
Il 31 mattina Einaudi promulgò la legge elettorale e il testo di riforma fu pubblicato nello stesso pomeriggio sulla “Gazzetta Ufficiale”. Il 4 aprile Einaudi, oltre la Camera, sciolse con un anno di anticipo dalla scadenza naturale anche il Senato, in modo da dare ad entrambe le Camere una fisionomia omogenea con questo nuovo meccanismo di voto, e furono fissate le elezioni per il 7 giugno.
P. S.
Chiedo scusa ai lettori per il lungo “sproloquio”, ma è un pezzo importante della nostra storia.