La morte di Bertolucci. Il dolore di Liliana Cavani «Dolce e coraggioso»

La regista carpigiana ricorda, commossa, l’amico e collega «Il suo cinema è senza confini: che sia di insegnamento»

CARPI. «Lui era una persona estremamente positiva, che pensava si potessero fare le cose che si sognano». È un ricordo profondo, commosso, intenso, quello della regista carpigiana Liliana Cavani per l’amico di una vita Bernardo Bertolucci. Molto più di un collega: un amico prezioso al quale l’accomunava la stessa visione del cinema. Questo, per lei, era “Bernardo”, un regista, un collega, un uomo, il cui insegnamento dev’essere tramandato alle nuove generazioni.

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Così come erano comuni le radici, nella terra emiliana, mai dimenticata e, anzi, portata nel cuore da entrambi questi grandi registi. Radici che Bertolucci raccontò in Novecento. Origini alle quali Cavani rende onore ne “I cannibali”, quando trae spunto dalla tragedia, vista con i suoi occhi, la strage di piazza dei Martiri, a Carpi, per il film.

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Come descrive il suo legame con Bertolucci?

«Siamo cresciuti insieme - racconta, emozionata e commossa, Cavani - ognuno nel proprio ambito, ma insieme. Ci si vedeva, ci si incontrava, ad esempio, a casa di Laura Betti (attrice e regista, ndr). Bernardo amava affrontare tempi complessi della vita privata e di quella pubblica. Ricordo le serate trascorse insieme, a parlare tanto. Abbiamo fatto più volte colazione insieme: ci volevamo bene. Una stima professionale profonda alla quale si sommava un grande rispetto reciproco per la nostra amicizia.

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Bernardo aveva molti amici, che gli sono stati vicino. Non si è mai perso d’animo. Nemmeno nella malattia. Non si è mai dato per vinto. E non si tirava indietro quando qualche giovane gli chiedeva consiglio: manifestava una disponibilità incredibile. Un sapersi mettere a disposizione encomiabile, che lo rendeva avvicinabile a tutti. Nonostante la grandezza del suo personaggio. Grandezza che si poteva evincere dai suoi film».

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E come definisce la vasta produzione cinematografica di Bertolucci? Quali sono le particolarità secondo il suo stato d'animo da collega?

«Io lo consideravo bravissimo, di larghe vedute. È riuscito a “sprovincializzare” il nostro cinema. Non ha mai pensato in piccolo. Voleva storie importanti per spettatori europei. Aveva una visione cinematografica ampia, senza limiti o confini. Nonostante questo, non rinunciò a rappresentare l’amore per la sua regione che ha raccontato in uno dei suoi capolavori, “Novecento”. Il suo pubblico era il mondo. Aveva grande coraggio e idee importanti. I suoi cast erano sempre internazionali, come i suoi set».



Lui la definì il suo portafortuna? In che occasione successe?

«Lo disse per simpatia, quando andai sul set di “Ultimo tango a Parigi”. Da quella volta disse che ero il suo portafortuna. Un’espressione che usava per esprimere il suo affetto».

Quale pensa che sia l’insegnamento principale che Bertolucci lascia attraverso il suo cinema?

«Il suo simpatico ottimismo e la fiducia nel raccontare la realtà: questo piaceva a Bernardo. Lui, fino all’ultimo, ha avuto una visione globale del cinema. Non ha smesso di vederlo in un contesto internazionale, con un’ottica globale. Spero che questo insegnamento si possa tramandare. Che questo concetto passi come un testimone alle nuove generazioni. L’insegnamento di Bernardo è anche il non avere confini. Di lui ho apprezzato moltissimi la sua sete implacabile di conoscenza. La crisi non l’accettava proprio, né artisticamente, né produttivamente». —