Pavullo, un alt(r)o Everest: quella scalata è la grande sfida della nostra vira

Mattia Fabris e Jacopo Maria Bicocchi  tornano a parlare di montagne e sentimenti


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PAVULLO. Viaggio tra le alture della montagna e le profondità dell'anima al teatro Mac Mazzieri di Pavullo nel nuovo appuntamento con la stagione Ater. Domani sera dalle 21 va in scena “Un alt(r)o Everest”, affascinante racconto con cui Mattia Fabris e Jacopo Maria Bicocchi (autori, registi e interpreti: solo loro sul palco) tornano a parlare di scalate (esteriori e interiori) dopo il successo di “(S)legati” (2011). Qui la storia vera (raccontata nel libro “Il cerchio bianco” di Jim Davidson e Kevin Vaughan, non più edito in Italia) dell'arrampicata del 1992 di Jim Davidson e Mike Price sul Monte Rainer (“The Mountain”, nello Stato di Washington, vetta ambita da ogni scalatore americano) viene riletta così da farne un cammino paradigmatico nelle profondità di un'amicizia. Un viaggio ben più lungo dei quattro giorni impiegati per raggiungere la cima.


Fabris, è in qualche modo la continuazione di “(S)legati”?

«È il secondo di due spettacoli che vedono nella montagna e nelle scalate il contesto ideale per parlare dell'uomo attraverso storie in cui si possa riconoscere chiunque, anche i non amanti della montagna. Mentre il primo raccontava certi aspetti dell'uomo, questo permette di indagarne altri».

Cosa in particolare?

«Il dialogo silenzioso e profondo che abbiamo con le persone che non ci sono più, ma che in qualche modo continuano ad essere con noi. Perché sentiamo la mancanza solo di chi presente. Una finestra di speranza, in una narrazione con toni da thriller».

Un “teatro di montagna” il vostro?

«Ci siamo accorti che teatro e montagna sono molto compatibili. Sono entrambi luoghi di relazione (se incontri uno qui lo saluti, non come in città), di produzione di storie (nei rifugi c'è sempre un racconto da ascoltare) ma dove anche il silenzio ha valore. Dopo “(S)legati”, abbiamo sperato di incontrare un'altra storia “epica”, che potesse contenere le nostre piccole storie diventando paradigmatica. Perché ci sono tantissime belle storie di montagna, ma non tutte hanno la stazza per rappresentare quel qualcosa di più grande della montagna stessa che è l'uomo. Abbiamo incontrato questa e ci è sembrata giusta: l'abbiamo completamente riletta e riadattata così da darle un'eco particolare».

E così che significato assumono i crepacci?

«Sono le difficoltà e i passaggi obbligati che la vita ci mette davanti. Non possiamo voltarci dall’altra parte, né giraci intorno: vanno attraversati cercando di comprenderne il significato per farne qualcosa dentro di noi. Ma è una storia fatta anche di impresa e sogno».

Due sedie sul palco: perché una scenografia minimal?

«Perché il pubblico è capace di immaginare molto di più di quanto possiamo indaffararci a mostrare, e questa immaginazione ha un valore enorme. Pensate che disastro se da piccoli la mamma ci avesse mostrato il paniere di Cappuccetto Rosso: lasciandolo alla nostra fantasia ognuno di noi ha il "suo" paniere, che è quello giusto perché anche noi facciamo parte della storia. Il teatro ha una funzione evocativa, mai dimostrativa: deve lanciare l'immaginazione dello spettatore, a cui già Shakespeare nel prologo dell'Enrico V chiede di completare l'opera. Ovviamente, nella nostra storia il gioco di luci ha un ruolo fondamentale».

A sipario sceso, con cosa vorrebbe che andasse a casa lo spettatore?

«Con il calore umano che questa storia si porta addosso. E con una catarsi rispetto ai propri, di crepacci».
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