Modena, Kabaivanska si racconta: «Dal liceo fino alla Scala la mia gioia è stato il canto»

Alla soprano, ospite con i ragazzi della sua scuola degli Amici della Musica di Mirandola, consegnato il premio alla carriera nell’ambito delle iniziative per i 35 anni dell’associazione 

Com’è nato il suo amore per l’opera? Quando ha deciso che avrebbe fatto la cantante?

«Andiamo indietro molti anni! A scuola ero sempre la prima della classe, ed ero anche entrata nel coro del liceo. E lì si vede che la mia voce faceva già un certo effetto perché la maestra del coro ha cominciato ad affidarmi alcune parti da solista. Intanto però, a furia di sberle, mia madre mi faceva studiare il pianoforte, e ciò contribuì a crearmi una certa cultura musicale. Alla fine del liceo classico tutti si aspettavano da me una decisione seria, lo studio dell’architettura ad esempio, perché andavo bene anche in matematica; ma io volevo cantare. E devo dire che i miei genitori, che erano gente seria (mio padre era medico, mia madre insegnante di fisica), sono stati molto carini, molto avanti nei tempi, e hanno rispettato la mia scelta».


E così si è iscritta al Conservatorio...

«Ho vinto subito il primo posto al Conservatorio, avevo cominciato come mezzosoprano. Dopo il Conservatorio (durante il quale ero sempre la prima della classe, ed era una noia mortale) ho ottenuto una borsa di studio. Ma allora erano i tempi del comunismo più sfrenato, e la borsa di studio non poteva essere che per il teatro Bol'šoj di Mosca. Io tuttavia non volevo andare a Mosca, bensì a Milano, alla Scala, e lottavo per questo: è stata la mia prima ribellione contro il regime».

Come è riuscita ad arrivare in Italia?

«Con raccomandazioni, perché senza non si poteva, sono riuscita ad ottenere il cambiamento della borsa di studio, e sono stata la prima bulgara a passare la frontiera con l’Occidente: sono piombata a Milano. Per fortuna ho subito conosciuto la mia maestra, la signora Zita Fumagalli, che mi ha aiutato molto».

È stato difficile entrare nel mondo della lirica?

«Dopo una carriera di 55 anni (ma non chiedetemi niente perché non ricordo le date, non ricordo dove, come, con chi) posso dire che per me cantare era solo una grande gioia. Andavo sul palcoscenico, vi devo confessare, senza paura, perché era come una realizzazione totale. Mi faceva piacere entrare in un’altra pelle. Forse nella vita non mi sono mai sentita molto comoda, e allora scappavo dalla realtà. Adesso scappo lo stesso dalla realtà facendo cantare i giovani. E devo dire che quando si ama la musica, quando si vive per la musica, la vita può essere veramente bella».

Lei ha avuto occasione di lavorare con i migliori artisti della musica lirica. Ce n’è qualcuno che ricorda con affetto o particolarmente importante?

«Con grande affetto e riconoscenza ricordo il Maestro Antonino Votto, che era un vecchio maestro della Scala, assistente di Toscanini; quando io partecipai al concorso per i giovani della Scala, era nella commissione. Ad un certo punto si alzò di scatto e disse: “Questa ragazza fra quattro mesi canta alla Scala”. E successe proprio così, perché dopo qualche mese mi chiamò e mi fece debuttare nella “Beatrice di Tenda” di Bellini».

Parliamo dell’opera lirica oggi. Ultimamente sembra meno apprezzata, soprattutto dalle giovani generazioni. Secondo Lei, qual è il motivo di questo allontanamento dall’opera?

«I tempi sono cambiati, e siccome io sono molto realista non sono contro questi tempi: è uno sviluppo logico (per me troppo tecnologico, ma per me). La nostra generazione aveva solo la radio, avevamo poca scelta perché ci proponevano musica sinfonica e musica lirica, il melodramma. I giovani adesso sono pieni di mezzi di comunicazione, è un’altra epoca, e io capisco benissimo. Io vedo il mio nipotino di dieci anni, al quale “finalmente” hanno dato il telefonino in mano. E lui dalla mattina alla sera è con il telefonino in mano. Ogni epoca ha le sue debolezze e i suoi aspetti positivi, naturalmente».

E cosa si potrebbe fare per riavvicinare i giovani al melodramma?

«L’opera rimarrà sempre, perché i musei, Leonardo e Michelangelo rimarranno per sempre, come rimarranno per sempre Verdi e Puccini. Naturalmente assumono come un valore museale. È diventata una scelta personale, una scelta intellettuale oggigiorno, perché se tu leggi libri e non stai sempre davanti al computer, se tu ti interessi di mostre, per forza ami anche la musica sinfonica o melodrammatica. Oppure la passione può anche essere trasmessa dalla famiglia. Credo che i nostri bimbi siano molto disposti ad appassionarsi; il bimbo è come un foglio bianco, ci si può scrivere sopra di tutto, e allora cominciamo su questo foglio bianco a scrivere anche l’opera!».

Ormai da alcuni anni si dedica all’insegnamento. Che consigli darebbe, oggi, ad un giovane cantante?

«Attenzione, forse una lunga carriera oggigiorno non è neanche augurabile… Purtroppo il mondo attuale ha sempre necessità di avere, ogni anno, “volti nuovi”, e forse l’opera è rientrata in queste leggi, nelle leggi del mercato… Questo mi spaventa moltissimo. E allora la mia battaglia è preparare questi giovani come eravamo noi, come li vogliono i bravi direttori d’orchestra oggigiorno: come li vorrebbero il Maestro Muti, il Maestro Pappano; voglio dire, con tutte le esigenze di un tempo, ma anche con le esigenze della nostra epoca. Come si possono far incontrare queste due esigenze? Non è facile, di preciso, non ve lo so dire nemmeno io…». —