Modena. Berselli tra il pop e il rock. Assante: "Oggi racconterebbe i trapper"

Il critico di “Repubblica” domani nella chiesa del San Carlo presenterà con lo scrittore Bocca la raccolta “Note con riserva” nella prima giornata dedicata al giornalista e scrittore modenese 

MODENA. Per la nona volta viene ricordato “Quel gran genio del mio amico” che è Edmondo Berselli, scomparso nel 2010, a soli 59 anni. L’enorme quantità di articoli, di saggi che ha scritto per “la Repubblica” e “L’Espresso” e tanti altri giornali, costituiscono una vera miniera di informazioni e di bella lettura, tanto che ogni anno si scopre sempre qualcosa di nuovo, di sorprendente che consente di determinare la grande dimensione culturale dell’intellettuale, giornalista e scrittore modenese. Due gli appuntamenti nella chiesa del Collegio San Carlo, domani e il 25 maggio, per parlare di sue passioni: la musica e i sapori, per i quali sono editi due e-book dall’associazione Amici di Edmondo Berselli, in collaborazione con la Casa Editrice digitale del Comune “Il Dondolo”, diretta da Beppe Cottafavi. E domani, alle 17.30, si parlerà, per l’incontro “Note con riserva”, di musica, canzoni e cantanti nella chiesa San Carlo. Nel dialogo tra il giornalista e scrittore Riccardo Bocca e il giornalista e critico musicale de “la Repubblica” Ernesto Assante saranno affrontati due temi: la grande canzone italiana e in particolare il rock.

«Si sa che Berselli - dice Assante - ha fatto spettacoli sugli anni ’60, sull’avvento della canzone giovanile, delle culture legate al cambiamento. Una materia che trovo tuttora particolarmente rilevante. Credo che Edmondo, che ha scritto di tutto, avesse un cuore musicale molto forte, che le sue passioni ruotassero attorno alla musica e da essa siano state animate».


Berselli amava suonare la chitarra e anche il pianoforte (ne aveva comprati due, uno per la casa e l’altro per lo studio) e suo maestro è stato Lucio Diegoli che, domani, eseguirà degli intermezzi musicali durante l’incontro. La lettura dei testi sarà fatta da Leonardo Martinelli.

In “Canzoni. Storia di un’Italia leggera” Berselli sostiene che generazioni sono cresciute e cambiate sentendo sullo sfondo della loro vita certe canzoni che hanno finito per depositarsi nella memoria collettiva. È il miracolo della canzone che porta cambiamenti?

«Credo di sì. Le canzoni cambiano la vita della gente, il modo di pensare e di vedere le cose, magari in maniera sottile. Nessuno di quelli, che negli anni ‘70 ha avuto l’opportunità di ascoltare Battisti, non ha capito che il mondo, l’Italia aveva bisogno di cambiare e di andare da un’altra parte. La canzone è quasi sempre politica, in senso buono del termine. Sono sentimenti e passioni che ci spingono a pensare e a vedere le cose in maniera diversa».

Cosa sapeva cogliere con i suoi scritti?

«Sapeva cogliere il pensiero collettivo. Era uno storico della contemporaneità. Riusciva a raccontare il mondo con argomenti e spunti legati alla musica e alle canzoni; a darci un quadro molto più completo del nostro tempo. Anche quando parlava di cose del passato, aveva una magnifica lente di ingrandimento, perché i suoi scritti servissero a farci capire l’oggi».

Attraverso i suoi articoli si possono scoprire il costume e le trasformazioni dell’Italia?

«Ha capito meglio di molti altri che la canzone, la cultura popolare, nella sua apparente leggerezza, riusciva a comprendere quello che accadeva nel mondo con immediatezza e verità, e a incidere profondamente nella storia, nel nostro crescere e cambiare».

La sua scrittura era estremamente colloquiale…

«Profondamente comprensibile, utile, anche quando affrontava temi più complessi».

La sua analisi era sempre precisa. Come in “Rap, se la rivoluzione diventa show business”, dove sostiene che bisogna avere un’idea dei ghetti di Harlem, della gioventù nera segnata da violenza e povertà, per capire quella musica che ingloba uno stile di vita. Un fenomeno sfruttato dalle multinazionali discografiche, dai registi per i loro film…

«Il limite dello spettacolo, della cultura popolare è che sempre di industria si tratta. C’è in ogni caso qualcuno che produce capitalismo e denaro».

Quali le sue grandi intuizioni?

«La più grande intuizione è di aver capito, fra i pochi, che negli anni ‘60 è capitato qualcosa di fortemente grande, che quel cambiamento ha avuto un valore molto più alto di ciò che i libri di storia ci raccontano. L’Italia allora era straordinariamente ricca, aperta, bella, sognante, con una cultura giovanile, popolare che ha cambiato il Paese».

Era un po’ profetico. In un articolo dedicato a Bob Dylan, rocker da Pulitzer alla carriera 2008, dimostra di avere un senso straordinario nel cogliere e vedere le cose proiettate in futuro. Non a caso a Dylan è stato assegnato, due anni fa, il Nobel della letteratura.

«In lui era forte il riconoscimento della cultura popolare. E in questo Berselli è una personalità unica».

Nessun atteggiamento nostalgico nei suoi articoli. Ha saputo interpretare sociologicamente la canzone: Woodstock, l’America dei fiori sogna la pace; Vestivamo alla beat; Rock, quando la musica fece la rivoluzione; Quell’Emilia rock ormai senza west…

«La capacità di leggere la realtà attraverso le canzoni, di parlare di musica senza mai parlare di musica, o di parlare di altro facendo finta di parlare di musica. Se uno ascoltasse con attenzione le canzoni potrebbe capire molto di più di ciò che accade nel mondo. Oggi si sarebbe divertito a scrivere dei giovani esponenti della trap senza spiegare a quelli più anziani ciò che sta accadendo nel mondo giovanile italiano». —


 

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