Maranello, dibattito. Riva: «Il calcio? Non è soltanto una partita». Quando lo sport diventa propaganda politica

All’auditorium Ferrari dialogo a più voci tra l’editorialista dell’Espresso e Matteo Marani di Sky Italia. Modera Marco Nosotti

MARANELLO. Carnet d’eccezione, domani alle 21 all’auditorium Ferrari, per l’ultimo appuntamento di “Lo specchio di noi _ Balcani d’Europa”. Tema “Campo di Calcio Campo di Battaglia, tra sport e nazionalismo”, una riflessione sul rapporto perverso tra sport e politica che sarà approfondito da Gigi Riva, giornalista ed editorialista de l’Espresso e da Matteo Marani, giornalista sportivo e responsabile area eventi calcio Sky Italia. Con loro dialogherà il giornalista di Sky Sport Marco Nosotti.

Riva, nel suo libro “L’ultimo rigore di Faruk”, l’ex capitano della Jugoslavia, Agibegic, sbagliando il calcio di rigore contro l’Argentina teme di essere stato la causa dello scoppio della guerra. Il calcio ha tale potere?


«Naturalmente no, è una convinzione di Faruk e questo lo rende ancora più letterario. L’ex capitano è il classico capo espiatorio; per anni ha creduto davvero che avrebbe potuto cambiare le sorti del suo Paese, si è portato sulle spalle questo peso. E quando ha capito che c’erano ragioni ben diverse dal suo calcio di rigore è accaduto invece che i suoi (ex)connazionali glielo ricordassero. I venti di guerra c’erano già tutti, ma Faruk pensava davvero che tutto si sarebbe potuto risolvere con un rigore. Un abisso di senso, frutto dell’epica che esaspera il potere dello sport. Il calcio come funzione salvifica, antidoto all’odio e alla guerra».

Può esserlo davvero?

«Il calcio non è una partita di 90 minuti, è molto di più. È un modo per fare politica, a tutte le latitudini. Basti pensare che il sedicente califfo dello stato islamico, quando prese il potere, lanciò la sua prima fatwa contro il calcio, simbolo dell’Occidente. Il premio Nobel per la pace in Birmania, Aung San Suu Kyi, dopo gli anni di prigionia volle incontrare Roberto Baggio; se fosse solo calcio, il Qatar non avrebbe speso 600 milioni di euro per comprare dal Barcellona e regalare alla squadra di sua proprietà, il Paris Saint-Germain, il calciatore brasiliano Neymar, uscendo così dall’isolamento politico. Il calcio è un biglietto da visita, è amato da umili e potenti, è il miglior veicolo di propaganda, è uno strumento da usare come una guerra, anche di secessione: il motto del Barcellona, simbolo della Catalogna, è infatti “molto più di un club”».

Nonostante questo, si può ancora amare questo sport?

«Guardare una partita di calcio è qualcosa di magico, è il ritorno all’infanzia perché il calcio in sé è innocente, è quello che succede attorno che non lo è, dipende dall’uso che se ne fa e il calcio va maneggiato con cura. Se si piega alla propaganda di regime, come nel caso dei due Mondiali vinti con Mussolini, o come simbolo della superiorità della razza serba, come fece Milosevic, è evidente che è usato in modo sbagliato. Ma il calcio può certamente avere una valenza positiva, alla pari degli altri sport che hanno svolto un ruolo decisivo. Ad esempio il rugby in Sud Africa con Mandela».

Ipotesi assurda: oggi iniziano i Mondiali, il clima in Italia cambierebbe?

«Noi abbiamo sempre vissuto la Nazionale come elemento unificante: Balotelli nel 2012 quando siglò una doppietta alla Germania portandoci in finale agli Europei divenne eroe nazionale».

Con l’aria che tira lo fischierebbero?

«Non lo so, l’unica convinzione che ho è che gli italiani non siano razzisti, c’è solo in corso un degrado che unisce la crisi alla paura dell’altro, fomentato dagli impresari della paura, di cui Matteo Salvini è portavoce. I rigurgiti razzisti sono cominciati dopo la crisi del 2017, innestati dalla guerra tra poveri: ma credo che sia solo una parentesi della storia, destinata comunque a finire».

A proposito di “Historia magistra vitae”: cosa abbiamo imparato dalla guerra nei Balcani?

«Le iniziative come quella di domani sono le benvenute, ci fanno capire che non abbiamo appreso la lezione di Sarajevo, la guerra nella ex-Jugoslavia è sempre stata considerata di retroguardia, medievale, si è pensato che non fossero affari nostri non capendo, invece, che era in corso uno scontro di civiltà, che i primi presupposti della guerra tra il mondo cristiano e l’Islam erano lì. Si è poi sancito che popolazioni diverse non potessero vivere assieme, quella che è oggi la tesi corrente del mondo e che trova esempi anche nella Brexit. I primi esempi di secessionismi sono nati nei Balcani, ma non avendo appreso la lezione di Sarajevo non abbiamo avuto gli strumenti per contrastarli. E oggi abbiamo il sovranismo, che altro non è che una maniera diversa di chiamare il nazionalismo». —