Modena. 1967/1 Una rivoluzione per gli automobilisti Arriva il disco orario

Il sindaco Triva annuncia il completamento del primo Prg Il fiume Panaro rompe gli argini e anche il Secchia esonda


MODENA. Abbiamo chiuso la puntata precedente ricordando la tragica alluvione di Firenze. Ma anche a Modena e Provincia quei giorni furono terribili. Tutta la zona est di Modena fino alla città venne allagata perché il Panaro ruppe gli argini, e a ovest la piena del Secchia sommerse ettari e ettari di terreni. Non si contarono le frane in montagna. Ma torniamo al nostro anno 1967, con novità per la nostra città. Innanzitutto, per parcheggiare occorrerà il “disco orario”. Il Comune li sta facendo preparare, costeranno poco, ma chi non li usa … Il Sindaco Triva annuncia che il nuovo Piano regolatore è pronto, e trasformerà la città. Se ne attende l’approvazione (ne parleremo).

E si comincia a parlare di Case albergo per anziani. A Pavullo brutta avventura a lieto fine. È nevicato molto, ma adesso le montagne sono piene di sole. Tutti osservano un aereo biposto che sorvola il paese. All’improvviso plana su un campo: aveva finito la benzina! Salvi i due a bordo. Con la legge 4 febbraio 1966 la vaccinazione antipoliomielitica è obbligatoria. Purtroppo in città la vaccinazione dei bambini è insufficiente. L’Ufficio d’Igiene del Comune richiama per lettera tutti i genitori in ritardo con l’obbligo di legge. Tra le canzoni più famose di Luigi Tenco ricordiamo “Lontano lontano”, “Vedrai vedrai”, “Un giorno dopo l’altro”, “Ragazzo mio”, “Ciao amore ciao”, “Se stasera sono qui”, “Ho capito che ti amo”. Si suicidò a 28 anni proprio durante il Festival di Sanremo, il 27 gennaio del 1967.


Tenco si era presentato al Festival con la cantante francese, e sua compagna, Dalida, e con la canzone “Ciao amore ciao”: il titolo originale era “Li vidi tornare” e aveva un testo antimilitarista che Tenco trasformò in una canzone d’amore ai tempi in cui gli Italiani emigravano in America. Tra le altre canzoni in gara c’erano “Non pensare a me” di Claudio Villa e Iva Zanicchi, che vinse, “Bisogna saper perdere” di Lucio Dalla, “Cuore matto” di Little Tony, “Pietre” di Antoine, “La musica è finita” di Ornella Vanoni e “Io tu e le rose” di Orietta Berti. “Ciao amore ciao” non fu apprezzata né dal pubblico né dalla giuria, arrivò al dodicesimo posto su sedici in classifica e fu esclusa dalla finale; non rientrò nemmeno con il ripescaggio, e le venne preferita “La rivoluzione” di Gianni Pettenati. Nella sera del 26 gennaio Tenco salì sul palco per cantarla e disse al conduttore Mike Bongiorno: “Questa è l’ultima volta”.

La cantò male, andando fuori tempo, dopo aver assunto un farmaco e dell’alcol e facendo spazientire Dalida, che commentò poi dietro le quinte che gliel’aveva rovinata. Tenco seppe che era stato eliminato dal Festival mentre dormiva su un tavolo da biliardo; rientrò nella sua camera d’albergo, la 219 dell’Hotel Savoy, e fu ritrovato la mattina dopo, ucciso da un colpo di pistola alla tempia. C’era un biglietto scritto a mano – più di una perizia ne ha confermato l’autenticità – con su scritto: “Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita.

Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro), ma come atto di protesta contro un pubblico che manda “Io te e le rose” in finale e una commissione che seleziona “La rivoluzione”. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi”. La morte di Tenco fece molta impressione, nell’opinione pubblica e nel mondo della musica. Nel 1972 fu creato il Club Tenco per valorizzare la canzone d’autore, e nel 1974 il Premio Tenco, rivolto ai cantautori italiani e internazionali particolarmente significativi: ogni anno per l’occasione un cantante interpreta una sua versione di “Lontano lontano”.

E il 6 febbraio trovano morta in un albergo di Montecarlo, per un probabile suicidio, Martine Carol, la regina del sex appeal francese prima dell’avvento di Brigitte Bardot (si chiamava Marie-Louise-Jeanne Mourer, ed era nata nel 1922).



Il 27 gennaio muoiono a Cape Canaveral, in Florida, Gus Grissom, Ed White e Roger Chaffee dentro alla Apollo 1. Il comandante della missione, Grissom, aveva combattuto in Vietnam e aveva già preso parte ad altre missioni della NASA. Era stato il secondo statunitense ad andare nello spazio nel 1961 con la missione Mercury Seven, in cui rischiò la vita quando il portellone si aprì durante il rientro, facendolo precipitare in acqua. Il primo pilota dell’Apollo 1 si chiamava Ed White e la sua carriera da astronauta era iniziata nel 1965 con la missione Gemini 4. Era stato il primo astronauta statunitense a compiere un’escursione all’esterno della capsula spaziale (quelle che presero il nome di passeggiate spaziali). Roger Chaffee era il secondo pilota e aveva 31 anni: se l’Apollo 1 fosse partita sarebbe stato il più giovane statunitense ad andare nello spazio. Il test cominciò la mattina e i tre astronauti entrarono nella capsula dell’Apollo 1 indossando le loro tute spaziali. I problemi iniziarono fin da subito. Grissom disse a un certo punto: “Come possiamo andare sulla Luna se non riusciamo a parlarci neanche a distanza di tre edifici?”. Alle 18,31 locali i tre astronauti diedero il primo allarme: “Ci sono fiamme nella cabina di comando”. In trenta secondi l’intera capsula si riempì di fumi tossici, ma ci vollero più di cinque minuti perché i soccorritori che si trovavano all’esterno riuscissero ad aprire il portellone e a trovare i corpi ormai carbonizzati dei tre astronauti.

Ma torniamo a Modena. Nella chiesa della Sacra Famiglia, sulla Vignolese, il parroco attende gli sposi per celebrare un matrimonio. Passa molto tempo, ma lo sposo non compare.

I quotidiani riempiono le pagine di cronaca raccontando i tragici continui incidenti stradali. Di notte, presso Castelfranco, nella nebbia, automezzi distrutti: tre morti e sette feriti. E un anziano pensionato viene travolto dal “Rapido” al passaggio a livello di Via Cialdini.

Ci capita di vedere spesso in televisione le aule del Senato e della Camera semivuote, soprattutto il lunedì e il venerdì. Ma nel febbraio dell’anno di cui parliamo, mentre si dovrebbe dibattere sul bilancio dello Stato, alla Camera la seduta viene sospesa: c’erano solo 4 deputati!

Agli inizi di marzo la prima pagina di tutti i quotidiani annuncia a lettere cubitali l’arresto di Leonardo Cimino e Francesco Torreggiani. La storia di Leonardo Cimino era iniziata come quella di tanti altri delinquenti: scippi, furti con scasso, furti di auto; poi il “salto di qualità” nell'ambiente della mala. Il 16 agosto del 1966 attende l'uscita di due commessi di banca dallo stabilimento della “San Pellegrino” a Via Salaria. Spara, poi chiede la borsa. Un commesso, Tullio Milana, reagisce e, anche se ferito gravemente, ingaggia una lotta violenta con il bandito; ha la meglio, fugge, ma viene raggiunto dal terzo colpo. Cade a terra riverso sulla borsa contenente 19 milioni di lire e vari titoli. Cimino fugge mentre il suo complice spara al volto di Mario Bellini, l'altro commesso, rimasto nell'auto di servizio. La borsa è salva; i due bancari si salveranno dopo mesi di cure. Cinque mesi dopo Cimino entra a far parte di una vera e propria banda organizzata. Il capo è Franco Mangiavillano, gli altri Mario Loria e Francesco Torreggiani. Si appostano sotto un portone di Via Gatteschi. Attendono l'arrivo a casa di due gioiellieri, i fratelli Gabriele e Silvano Menegazzo, 19 e 23 anni. Sparano abbattendoli senza pietà. Prendono i preziosi e scappano. L'opinione pubblica è scossa. Centinaia di posti di blocco, perfino la microcriminalità collabora, e la banda viene sorpresa, all'alba, pochi mesi dopo, in un casolare a Monte Mario. Breve conflitto a fuoco, poi l'arresto di Loria e Torreggiani; Cimino resta ferito, morirà in ospedale mesi dopo. Manca il capo, Mangiavillano, che verrà arrestato in Grecia e poi portato in Italia. Nel 1982 Torreggiani venne scarcerato per buona condotta; Mangiavillano evase, ma fu subito ripreso; Loria scontò solo 12 anni (era stato l'unico a non usare le armi), ma nel 1983 venne trovato morto nel baule di un’auto alle porte di Roma. —

Rolando Bussi