Modena, Iva Zanicchi: «La mia vita? Se penso a dove sono nata vi dico che è un miracolo»

La celebre cantante presenta oggi alle 17.30 il libro “Nata di luna buona” «Scrivo come parlo. Ma i ricordi sono miei e chi meglio di me avrebbe potuto raccontarli?» 

MODENA. Il bisnonno Lorenzo, appena la vide, disse: «Questa bimba sarà fortunata, è nata di luna buona». Lo racconta Iva Zanicchi, nel suo terzo libro che si intitola proprio “Nata di luna buona” (Rizzoli) e che sarà presentato oggi alle 17.30 al Bper Forum Monzani, mettendo in fila i ricordi di un vita, in una carrellata di episodi e ritratti che strappano più di un sorriso per nulla velato di malinconia.

Da quando nasce in una stalla (e viene deposta nella mangiatoia) a quando canta a squarciagola nella casetta sull’albero a Vaglie di Ligonchio, un paesino isolato sull’Appennino tosco-emiliano, da Castrocaro e Canzonissima sino ai dieci Festival di Sanremo di cui tre vinti, al Madison Square Garden, alla tournée teatrale con Walter Chiari, a “Ok il prezzo è giusto!” e all’avventura in politica, Iva non tralascia nulla. Ma racconta tutto con leggerezza e ironia. «Scrivo in modo semplice, sono una cantastorie, scrivo come parlo. Se avessi preso un ghost writer avrei perso d’autenticità. I ricordi sono i miei e chi meglio di me avrebbe saputo raccontarli? Ho una memoria maniacale per i dettagli. Anche mia figlia me lo fa sempre notare: “Mamma, ma come fai a ricordarti com’era vestita la nonna negli anni Quaranta?”. Ebbene sì, è una dote che ho e la scrittura mi fa rivivere quei momenti, dandomi una gioia superiore a quella che mi suscita la musica. Perché quando scrivo del mio passato, a volte non riesco a dormire perché è come se tornassi concretamente a quei giorni, vivendo e rivivendo intensamente quei ricordi, ritornando bambina con mia mamma e mio papà».


Se incontrasse adesso Iva bambina cosa le direbbe?

«Coraggio. Devi sognare. Devi credere. Mantieni desta la tua curiosità. Continua a far credere agli altri che parlavi agli animali, coltiva la fantasia perché avere sogni e avere fede nella loro realizzazione ti farà superare ogni ostacolo».

La vita le ha dato l’opportunità di conoscere persone speciali, chi è stata la prima?

«Ogni anno alla centrale elettrica veniva un ragazzo di cui ero follemente innamorata sebbene avessi solo 10 anni. Organizzava uno spettacolo per i dipendenti della centrale ed era nientemeno che Ermanno Olmi. Era bellissimo, o almeno lo era per me. È stata dura avere successo, durissima, ma ce l’ho fatta».

La profezia del bisnonno Lorenzo, le sue premonizioni, il suo grande successo legato a una zingara. La sua vita è pervasa di esoterismo.

«Con l’età sono felice di aver perso i poteri che sicuramente ho ereditato dal mio bisnonno Lorenzo che era veramente sensitivo. Aveva profetizzato a mia mamma il mio avvenire di successo, compreso il viaggio in America: un viaggio che, al solo pensiero, le fece venire uno svenimento. Temeva che io non tornassi più nonostante fossi appena nata».

E lei? Come ha gestito i suoi “poteri”?

«Quando avevo dei forti presagi, li esprimevo a voce alta, mia mamma minimizzava dicendo “Ecco, ha parlato la strega”, salvo poi trasecolare nel momento in cui ciò che avevo detto si avverava. Una sera ero a cena con Giovanna, la moglie di Giacinto Facchetti, e le dissi: “Sai che domani tuo marito segnerà al 22°”? E così fu nonostante lui fosse un difensore e a quei tempi era una cosa rara che segnassero. Dopo erano a casa mia ogni sabato a chiedermi un pronostico».

Quando si è accorta di avere talento?

«A Vaglie si divertivano a cantare le poesie. E si parlavano in rima, tipo “dissing” dei rapper di ora. Facevano le gare che ora sarebbero esibizioni di freestyle. Sono nata in un luogo con una marcia in più».

Un’autobiografia è un po’ un bilancio. Qual è il suo?

«È un miracolo se penso al posto sperduto in cui sono nata e agli eventi a cui ho partecipato, agli incontri fantastici che ho avuto. Da Carlo Bo a Fellini ho avuto la possibilità di andare oltre al personaggio e scoprire le persone che erano. Ho avuto una vita intensa, piena, bella, con i suoi momenti no, con i grandi dolori per la perdita delle persone care. Io però sento che tutti mi sono vicini, le mie nonne sono come delle sante».

Si è pentita di essere scesa in politica?

«Non mi sono mai pentita di nulla. Un po’ l’ho fatto anche per “vendicare” mio papà che quando si candidò neanche mia mamma lo votò e prese un solo voto: il suo! Lui era già molto vecchio, ma ebbe un guizzo negli occhi quando gli dissi che mi sarei candidata. La politica è purtroppo guastata dai politici e quindi credevo di poter cambiare le cose».

E invece?

«Ho sbagliato perché venire dal mondo dello spettacolo mi ha dato poca credibilità, cosa che invece ho conquistato sul campo: a Bruxelles il mio lavoro è stato riconosciuto dalla presidente della commissione Sviluppo di cui facevo parte che mi volle come sua vice. Ho avuto esperienze fortissime in Africa e, se la politica si concentrasse davvero sulle persone, tante cose si risolverebbero con il buon senso. Il mio schierarmi con Berlusconi ha fatto sì che, in seguito, il mio rientro nel mondo dello spettacolo sia stato davvero osteggiato».

Il prossimo capitolo?

«Non ho intenzione di scrivere un altro libro, ma mi sono un po’ pentita di non essere stata molto libera nel parlare della Resistenza. Ho voluto riconoscere il grande merito che la Resistenza ha avuto per il nostro Paese, ma avrei voluto anche raccontare tutta una serie di crimini che alcuni partigiani da noi hanno commesso. Ma in Emilia non è possibile. Ammettere i propri errori sarebbe un grande esercizio di democrazia».

Tra i tanti ricordi, ne ha alcuni legati a Modena?

«Ho fatto tantissime serate a Modena, al Kiwi di Piumazzo. Modena ora è una città all’avanguardia, tante eccellenze nascono qui, la mia Reggio Emilia è invece rimasta un po’ indietro, è ancora un po’ un paesone nonostante abbia le sue bellezze architettoniche. Ma se devo fare un appunto, è questo: bisogna riaprire i locali da ballo perché siamo gente produttiva ma dobbiamo anche divertirci come un tempo». —