Modena. Quei corpi tra i resti di Pompei L’ultima magia di un Maestro

Kenro Izu al Mata presenta 55 scatti realizzati nel sito archeologico campano «Foto sublimi - dicono i curatori - che avvicinano alle vittime di quella tragedia»



MODENA. Cos’era rimasto di Pompei dopo l’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.? Cenere e lapilli dove sono stati rinvenuti, con scavi archeologici, edifici, ma pure le forme dei corpi delle vittime, di cui sono stati eseguiti i calchi. Su questa antica realtà pone lo sguardo Kenro Izu che espone le sue immagini, fino al 13 aprile, al Mata. Una fascinosa opera che racchiude un luogo d’incanto, ma anche un’atmosfera di destino implacabile, di fatalità, in una luce di solitudine: la Villa dei Misteri, la casa del poeta tragico, della Venere in conchiglia, degli Amorini, di Apollo, di Nettuno, del Fauno, dell’Efebo, il tempio di Apollo, la necropoli, l’anfiteatro, l’orto botanico della flora... L’artista giapponese offre un affresco di queste antiche vestigia, tra cui pone le copie di calchi dei corpi (alcuni sono in mostra) «creando immagini sublimi - dicono i curatori Chiara Dall’Olio e Daniele De Luigi - che ci accomunano nello spirito agli uomini di altre epoche, luoghi e civiltà. La sua preghiera per Pompei ci avvicina alle vittime di quella lontana tragedia».


Ma l’artista trova rimandi a tante altre tragedie del mondo. Inevitabile il richiamo che Kenro Izu fa a quella di Hiroshima, a causa della quale, dopo la catastrofe atomica, si pensava che la natura fosse morta e non sarebbe cresciuto più nulla. E ciò non è avvenuto. Per questo il suo “Requiem per Pompei”, titolo della mostra, vuole essere un omaggio alla natura e alla vita. I curatori evidenziano «il suo naturale approccio alle costruzioni dell’uomo che mantengono un’aura di sacralità, una spiritualità che l’artista sa trasmettere con la fotografia. Due i tipi di stampa per le immagini: quelle grandi sono in digitale, le piccole sono realizzate con il banco ottico, un tipo di fotocamera in uso fin dagli anni Quaranta dell’Ottocento, di 150 chili, quindi molto ingombrante e assai difficile da utilizzare ma capace di una maggiore resa qualitativa grazie alla stampa dei negativi su carta di platino. La moglie dell’artista racconta che ogni volta che si faceva una fotografia, con la presenza di un calco, dicevano una preghiera per quella persona scomparsa».

E nelle fotografie del Maestro giapponese c’è sempre qualcosa di magico. Che ritorna nelle 55 opere in mostra, ora della collezione Fondazione Fotografia. Trenta di queste immagini sono state donate dall’artista. Molto soddisfatto Daniele Pitteri, direttore di Fondazione Modena Arti Visive, che evidenzia la stretta collaborazione con il Parco Archeologico di Pompei, da dove provengono i calchi. «Con molta probabilità la mostra andrà, dopo Modena, proprio a Pompei, dove alcuni ambienti sono in ristrutturazione. In questo periodo l’editore Skira sta realizzando un progetto a cura di Filippo Maggia su questo lavoro che presentiamo a Modena». Collateralmente alla mostra sono in programma attività, incontri laboratori. Organizzate anche visite guidate, tutti i sabati, alle 15. Mercoledì prossimo, alle 18, alla Manifattura Tabacchi, incontro con l’artista che dialogherà con Dall’Olio e De Luigi. In febbraio si svolgerà anche un incontro con Massimo Osanna, direttore del Parco archeologico di Pompei sul tema “Pompei: il tempo ritrovato”. Il biglietto di accesso alla mostra costa 6 euro (ridotto 4), mentre il mercoledì e ogni prima domenica del mese, l’ingresso è libero. Informazioni sugli orari di apertura consultando il sito www.fmav.org —