Modena 1969\2 Fiat entra in Ferrari L’Italia sconvolta dal delitto Lavorini

Prime ipotesi di una legge contro il fumo nei luoghi pubblici E da Modena tre ragazzi partono su una 500 diretti a Bali

 Si comincia a parlare di una legge che, come deciso dal Consiglio Superiore di Sanità, vieterà di fumare al cinema, sui tram, sui treni, nelle corsie degli ospedali, nelle aule scolastiche … Entrerà in vigore solo l’11 novembre 1975. Il cimitero di San Cataldo mostra in sequenza le diverse epoche della memoria militare di Modena: i soldati dell’Accademia militare, i caduti della Grande guerra, i “martiri della rivoluzione fascista” e i morti del secondo conflitto mondiale trovano sepoltura in spazi distinti. Intorno alla metà degli anni Sessanta cominciano i lavori di ristrutturazione del cimitero: il piano prevede di destinare al nuovo “Mausoleo ai Caduti della Resistenza” una parte del colonnato interno.

L’Amministrazione commissiona ad Arnaldo Pomodoro una statua capace di rappresentare lo spirito della lotta di liberazione attraverso il linguaggio astratto dell’arte contemporanea: l’opera “Una battaglia: per i partigiani” costituisce l’omaggio dell’artista. La struttura viene inaugurata l’8 dicembre 1972, nel venticinquesimo anniversario della Medaglia d’Oro al Comune di Modena. La “Gazzetta”, che non è certo “di sinistra”, titola: “Una forma inopportuna d’onorare la Resistenza”, e comunque confida che “si eliminerà il sacrario che attualmente deturpa la Ghirlandina e che per voce unanime è indecoroso”. Avendo in famiglia due Medaglie d’oro della Resistenza, a cui Modena e altre città hanno intitolato strade, non avrei potuto certo essere d’accordo.

 


Il 27 febbraio l’arrivo a Roma di Richard Nixon, in visita ufficiale, provoca un clima di forte contestazione. Varie manifestazioni di protesta si svolgono nella capitale, presidiata da 12.000 poliziotti. La manifestazione di protesta principale viene caricata davanti a Palazzo Chigi. Scontri si verificano in altri punti della città, a Piazza Colonna e a Fontana di Trevi. La polizia assedia la Città Universitaria occupata dagli studenti; negli scontri muore, cadendo da una finestra, lo studente Domenico Congedo. Negli ospedali sono ricoverati 18 civili, 23 agenti di polizia e 12 carabinieri.



In fuga per tutto il Medio Oriente, inseguito da un mandato di cattura internazionale, scappa Felice Riva, detto “Felicino”, che a metà degli anni ‘60 aveva Milano ai suoi piedi, ma che bruciò tutto in spericolate operazioni finanziarie. Felice Riva ereditò dal padre morto all’improvviso il gruppo tessile Vallesusa, uno dei simboli del boom economico italiano: 30 stabilimenti e 15.000 dipendenti. Cinque anni più tardi l’intero impero economico di “Felicino” si era volatilizzato, compreso il Milan – quello di Rivera, Altafini e della prima Coppa Campioni conquistata a Wembley – che “Felicino” aveva acquistato dalla famiglia Rizzoli (è morto il 26 giugno 2017).

Ma passiamo alla politica nazionale. Fallisce il tentativo di Nenni di salvaguardare l’unità dei socialisti. La componente socialdemocratica dà vita al Partito Socialista Unitario, con segretario Mauro Ferri. I ministri socialisti abbandonano il governo Rumor, costretto a rassegnare le dimissioni. Nuovo segretario del P.S.I. è eletto Francesco De Martino, vicesegretario Giacomo Mancini. Si insedia il 2° governo presieduto da Mariano Rumor, monocolore democristiano considerato “di transizione”, che si regge sull’appoggio esterno del P.S.I., del P.S.U. e sull’astensione del P.R.I.



E a Modena cosa succede?

Qualche stupido “decapita” Ludovico Castelvetro. In Rua Muro angolo Via degli Adelardi chi passa e guarda in alto vede il busto del grande modenese. È stato ricostruito com’era. E comincia un raid automobilistico incredibile di tre modenesi. Come racconta Giuseppe Giò Barbieri, “appena qualche decade fa partivamo dal Bar Grand’Italia di Modena a bordo di una Fiat 500 (del ’60) diretti all’isola di Bali, in Indonesia. Era l’11 giugno 1969. L’equipaggio era composto da Adriano Malavasi, Paolo Fiorani e dal sottoscritto, tutti ventenni. Completammo il viaggio di 50.000 chilometri in 6 mesi esatti: la vecchia e ormai squinternata 500 entrò nuovamente a Modena la sera dell’11 dicembre, spense il motore e fu per sempre, non ripartì mai più”.

In Via Canalino viene chiuso il locale “Tiffany”. Vi si giocava d’azzardo e non solo. Le “entreneuses” erano austriache, tedesche, francesi, jugoslave.

E alla Madonnina si abbattono vecchie case per far spazio a un nuovo distributore di benzina.

Il 31 dicembre 1968 è scaduta la convenzione stipulata nel 1933 tra l’Amministrazione Comunale e l’allora Consiglio Provinciale delle Corporazioni che destinava a Loggia del Mercato dei cereali il piano terreno del Palazzo Comunale. La Camera di Commercio vorrebbe rinnovare il contratto, ma il Comune pensa di destinare i locali ad altre funzioni, come poi accadrà.

Ma la notizia più importante è la vendita del 50% della “Ferrari” alla Fiat, al termine di una breve trattativa tra Giovanni Agnelli e il Drake, presente l'allora direttore generale della Fiat Gaudenzio Bono. Una semplice stretta di mano e la metà della prestigiosa azienda modenese, i cui conti però non sono all'altezza della fama, passa sotto la gestione della casa di Mirafiori.

A Battipaglia (Napoli) durante uno sciopero contro la chiusura della Manifattura tabacchi i manifestanti assaltano e incendiano il Municipio. La polizia spara sulla folla: 2 morti e oltre 200 feriti.

E il 9 maggio in Biafra vengono uccisi dieci tecnici italiani dell’ENI. Un modenese si salva perché era distante dal campo.

Ma l’avvenimento che sconvolse il nostro paese avvenne il 9 marzo: viene ritrovato il corpo di un bambino sepolto nella sabbia della pineta di Marina di Vecchiano. Era il cadavere di Ermanno Lavorini. Il 31 gennaio Ermanno Lavorini, che ha dodici anni e vive a Viareggio dove frequenta la seconda media, decide di uscire a fare due passi. “Un’ora e torno a casa”, dice a sua mamma: sono le 14,30. Ma a casa non tornerà mai. Quello stesso giorno viene rapito e ucciso da un gruppo di ragazzi poco più grandi di lui, per ottenere un riscatto che doveva servire a finanziare un gruppetto politico di estrema destra. Sconvolge l’efferatezza del crimine, certamente, ma anche l’approssimazione con cui vennero condotte le indagini e la leggerezza con cui la stampa – quasi tutta – catalogò il rapimento e l’uccisione del ragazzino di Viareggio come un delitto a sfondo sessuale. Una versione che, per la verità, fu per anni quella ufficiale, la pista battuta da chi indagava sulla morte di Lavorini. Alla casa del ragazzo il 31 gennaio arriva una telefonata. Il ragazzino è stato rapito e i responsabili chiedono un riscatto.

Da quel momento si scatena l’isteria collettiva di una intera comunità, quella viareggina, e di quasi tutta l’opinione pubblica italiana, che si convincono che i colpevoli siano i frequentatori notturni della pineta di Ponente di Viareggio. La pineta e i suoi frequentatori esistevano davvero, non erano un’invenzione dettata dalla paura, e tra quegli alberi capitava anche che qualcuno, pure minorenne, esercitasse la prostituzione. Ma con il rapimento e l’uccisione di Lavorini gli omosessuali non c’entravano proprio nulla. Per accertare la verità, però, ci sarebbero voluti quasi dieci anni.

Il movente, come stabilito da Corte di Appello e Cassazione, fu politico: “Ermanno Lavorini fu assassinato durante un sequestro di persona, messo in atto da ragazzi poco più grandi di lui, per ottenere un riscatto che doveva servire a finanziare un gruppetto politico di estrema destra”. I responsabili vennero individuati in tre ragazzi, tutti appartenenti al Fronte monarchico giovanile: Marco Baldisseri, 16 anni al momento del rapimento; Rodolfo Della Latta, quasi ventenne, militante del Movimento Sociale Italiano; Pietrino Vangioni, vent’anni, leader del Fronte viareggino. Saranno loro tre i condannati al termine del processo iniziato a gennaio del 1975 e concluso nel maggio di due anni dopo. Otto anni abbondanti per arrivare a sentenza definitiva, otto anni nei quali Baldisseri da solo cambiò versione una dozzina di volte, cercando di depistare gli inquirenti con menzogne e accuse false. —

Rolando Bussi

bussirolando@gmail.com

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