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Modena 1970/1 Rivolta nel carcere di Sant’Eufemia Detenuti barricati 

La protesta nelle celle scoppia il giorno di Capodanno Trionfo alla Scala di Milano per Pavarotti e Mirella Freni

Sant’Eufemia nelle carceri una piccola rivolta, non si sa perché. In 15 si barricano dentro a una cella, e solo a fine giornata i più facinorosi vengono portati in altre prigioni dell’Emilia. E in Via Emilia Est a mezzogiorno un’auto italiana e una straniera vengono tamponate da una “Giulia”. Il conducente scappa. L’auto era stata rubata ad Anzola da un ragazzo di 18 anni che viene catturato nei pressi di Saliceta Panaro.

A Milano, città triste per il terribile attentato di Piazza Fontana, sono i modenesi Mirella Freni e Luciano Pavarotti a risollevare in parte il morale. Cantano tra applausi “Manon Lescaut” alla Scala. L’articolo che appare sulla “Gazzetta” è firmato da Bruno Cernaz. Era nato a Pola nel 1946, ma dal 1947 viveva a Modena.

È morto a soli 47 anni, compianto da molti. In Corso Canalgrande, angolo Via Emilia, la Banca Popolare, che lì aveva la sua sede prima del nuovo palazzo in Via San Carlo, affitta l’edificio alla “Rinascente UPIM” (la sigla, per chi non lo sapesse, significa “Unico Prezzo Italiano Milano”). Si ribellano i commercianti.

Un giovane immigrato napoletano, in preda ai fumi dell’alcool, si esibisce in un estemporaneo spettacolo di spogliarello in pieno giorno in Piazza Mazzini. Aveva bevuto troppo a pranzo! I compagni cercano di fargli scudo, e la Volante lo accompagna al Pronto soccorso. E davanti all’uscita dai Giardini Pubblici in Corso Vittorio Emanuele due “cappelloni” (così scrive la “Gazzetta”) frenano l’auto bruscamente. / segue
Uno scende, e afferra una bambina di pochi anni che si era messa a correre davanti al padre e aveva varcato il cancello. Ma la bambina resiste e urla. Accorre il padre, e anche un Vigile poco lontano. Vista la mala parata, la abbandonano e fuggono in auto. Volevano certamente chiedere un riscatto.

L’Aerautodromo cominciò ad essere smantellato a partire dagli anni Sessanta (ci torneremo: il Parco “Enzo Ferrari” fu inaugurato nel 1991) e Modena si era ritrovata senza un circuito automobilistico. Iniziarono quindi presto a moltiplicarsi i tentativi per ricrearne uno tra Cittanova e Marzaglia (ma, come i Modenesi sanno, occorrerà molto tempo per realizzarlo).

In quell’area, destinata dal Piano Regolatore a zona verde e residenziale, il costruttore di automobili Alejandro de Tomaso (è morto nel 2003 e la “De Tomaso” era stata fondata nel 1959) acquista un vasto appezzamento di terreno per costruirvi una nuova grande fabbrica di automobili. Naturalmente il Piano Regolatore entra in discussione.


Ma passiamo agli avvenimenti, importanti o no, di quei mesi.

Il 10 aprile si sciolgono ufficialmente i Beatles, uno dei gruppi più emblematici del panorama musicale mondiale che ha fatto ballare e cantare intere generazioni di persone. Il gruppo si era formato a Liverpool nel 1960. Il nucleo originale era composto da John Lennon, Paul McCartney, George Harrison, Stuart Sutcliffe e Pete Best. Dopo poco tempo il bassista Sutcliffe per chiari limiti tecnici lasciò il gruppo. Nel 1962, sembra per gelosia degli altri componenti del gruppo, venne licenziato il batterista Pete Best e sostituito da Ringo Star. In quell’anno venne inciso il loro primo 45 giri: “Love Me Do”, seguito nel tempo da altri 22 singoli e ben 13 album in studio.
 


Dopo lo scioglimento i quattro ragazzi di Liverpool hanno proseguito la carriera solista con alterne fortune. John Lennon venne ucciso a New York l’8 dicembre 1980 da Mark David Chapman, con quattro proiettili che lo colpirono alle spalle. Il 29 novembre 2001 muore anche George Harrison a causa di un tumore ai polmoni. Il motivo dello scioglimento non è mai stato chiarito, ma probabilmente una serie di concause ha portato il gruppo a prendere la decisione finale. John e Paul ormai non nascondevano più gli obiettivi musicali diversi. John era decisamente portato alla sperimentazione, mentre Paul preferiva rimanere nel solco di una musica pop tradizionale. George, probabilmente, si sentiva emarginato, schiacciato dalla forte personalità degli altri due, e il ruolo subalterno lo infastidiva. L’8 maggio del nostro anno venne pubblicato “Let It Be”.



Il 13 aprile incidente nello spazio per “Apollo 13”. “Houston, abbiamo un problema”. Una frase memorabile nella storia della conquista del cosmo. Più delle macchine e della tecnologia, furono la lucidità aritmetica e il coraggio dell'uomo a trasformare un clamoroso fallimento in una compiuta "mission impossible". Sulla scia dell'entusiasmo creatosi attorno al successo della “Apollo 11” (20 luglio 1969) e della celebre camminata sulla Luna di Neil Armstrong, con cui in un solo colpo erano stati offuscati i primati sovietici dello Sputnik e di Gagarin, il governo degli Stati Uniti d'America diede forte impulso al "programma Apollo". Dopo la missione n. 12 (con le prime videoriprese a colori del satellite terrestre), la NASA avviò l'organizzazione di altre due spedizioni. Per l’“Apollo 13” venne designato nel ruolo di comandante James Lovell, un astronauta di lungo corso, con tre voli spaziali all'attivo. Accanto a lui Ken Mattingly, come pilota del modulo di comando dell’“Apollo” (ribattezzato Odyssey), e Fred Haise, in qualità di pilota del modulo lunare. A pochi giorni dal lancio il primo venne sollevato dall'incarico, per un sospetto contagio di morbillo, e sostituito con Charles Duke. Sabato 11 aprile la partenza dalla base di lancio di Cape Canaveral, in Florida: destinazione l'altopiano di Fra Mauro sulla Luna. Fatta eccezione per un problema a uno dei cinque motori nella fase iniziale, tutto sembrava procedere regolarmente. La voce di Lovell che avvertiva di un “problema” scosse i tecnici della NASA.

Dapprima l'onda d'urto di un'esplosione e poi i comandi dell’“Apollo” letteralmente impazziti prospettarono un quadro poco confortante. Guardando dall'oblò, l'equipaggio si rese conto che stava seminando una sostanza gassosa nello spazio: era l'ossigeno del serbatoio 2, esploso per un cortocircuito (sul momento si pensò a un meteorite), che aveva finito col danneggiare anche il serbatoio 1. La riserva a disposizione era insufficiente per le operazioni di allunaggio, per cui dalla base arrivò l'ordine di “missione annullata”.

L'obiettivo a questo punto diventava uno solo: riportare a casa gli astronauti. Gli ostacoli da superare erano diversi, a cominciare dal fatto che l’Odyssey, danneggiato dall'esplosione, sarebbe tornato utile solo per rientrare nell'atmosfera terrestre, ma non era più vivibile per l'equipaggio. Quest’ultimo dovette trasferirsi nel LEM (la navicella spaziale utilizzata per trasportare gli astronauti sulla superficie della Luna), che però era concepito per ospitare due persone per due giorni, mentre di lì in poi avrebbe dovuto reggere la presenza di tre persone per quattro giorni di viaggio. Cominciò così una corsa contro il tempo dei tecnici della NASA, impegnati a cercare soluzioni ingegnose per limitare il livello di anidride carbonica e rintracciare l'energia elettrica necessaria per il rientro. Gli astronauti, dal canto loro, vennero chiamati a una dura prova di resistenza, dovuta all'assenza di viveri e acqua potabile e alle basse temperature. Ciò non impedì a Lovel di compiere manualmente una traiettoria mai tentata in precedenza e di trovare la lucidità giusta per scrivere a mano i calcoli, che consentirono di impostare il LEM adattandolo a una capsula e utilizzandolo come scialuppa di salvataggio. Passaggi decisivi che il 13 aprile fecero tornare i tre sulla Terra. Gli ultimi istanti, per via del lungo silenzio radio, tennero col fiato sospeso milioni di telespettatori in tutto il mondo. Anche in Italia la RAI seguì l'evento, attraverso famosi inviati come Ruggero Orlando (presente anche nell'impresa di Neil Armstrong) e Jas Gawronski. Pochi istanti dopo l'atterraggio in mare, arrivò la voce di Lovell che rassicurò sulle condizioni di salute dei tre. Mai fallimento fu più celebrato nella storia degli USA e non solo. —

Rolando Bussi

bussirolando@gmail.com

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