Lollo Bernardi «Quel giorno a Modena che segnò la mia vita»

È una serata evento dedicata ai valori dello sport quella in programma domani alle 21, al Bper Forum Monzani: Lorenzo Bernardi presenterà il suo libro “La regola del 9” con Julio Velasco, Livio Proli e Stefano Domenicali.

MODENA. È una serata evento dedicata ai valori dello sport quella in programma domani alle 21, al Bper Forum Monzani: Lorenzo Bernardi presenterà il suo libro “La regola del 9” con Julio Velasco, Livio Proli e Stefano Domenicali. 

Lorenzo Bernardi, domani alle 21 presenterà a Modena “La regola del 9”. Come nasce la decisione di scrivere un libro?

«Mi ha chiamato Marcello Mancini di Roi Edizioni, un caro amico, dicendomi che voleva scrivere un libro su di me e con me. Io subito ho rifiutato perché non sono un amante delle biografie e in particolare del gossip, ma lui mi ha spiegato quale sarebbe stata la filosofia del libro e mi ha convinto».

Di cosa parla “La regola del 9”?

«Il libro racconta di come ho interpretato la mia carriera professionistica e di come ho adeguato la mia vita professionale in base alla mia vita familiare. Ci sono anche degli aneddoti perché spiego come ho reagito e come mi sono comportato davanti a situazioni molto difficili durante la mia carriera da atleta».

“9” come Lorenzo Bernardi o come altri campioni del passato?

«9, perché è un numero che ricorre sempre nella mia vita privata, 9 non solo perché è il numero di maglia che ho sempre avuto ed è quello che usava mio fratello, 9 non solo per le 306 presenze in Nazionale che, sommando i numeri, fanno proprio ...9: ho scelto il 9 perché ci sono tante altre situazioni in cui il 9 è stato per me predominante. 9 anche perché io e mia moglie Rossana ci siamo sposati il 9, e poi lei è nata il 9 maggio, 9 per tutte queste ragioni»

Perché Modena tra le città in cui presentarlo?

«Modena è una delle città che hanno segnato la mia carriera professionistica. Con la Panini ho vissuto cinque anni straordinari. Per questo ritenevo d’obbligo farlo qui».

Ricorda ancora la prima volta che arrivò a Modena?

«Era un giorno di giugno del 1985, ci siamo incontrati davanti alle Edizioni Panini, dove mi aspettava Velasco. Poi mi hanno portato a giocare, c’era un “Torneo dei Prosciutti” in zona, andai con Gigi Sacchetti, Giorgio Barbieri, Giorgio Goldoni, c’era anche Pupo Dall’Olio e altri ragazzi che giocavano in serie minori».

Si può dire che Modena le ha cambiato la vita?

«Sì, dal punto di vista professionale e anche personale: a Modena ho conosciuto allora la mia fidanzata che adesso è mia moglie».

Gli anni della Panini che cosa le hanno lasciato?

«Moltissimo: quando un ragazzino di 16/17 anni arriva nella squadra più importante e conosciuta del mondo, la più blasonata e la più desiderata, capisce quanto ha da imparare e fa di tutto per riuscirci».

Se ripensa ad allora che flash le vengono in mente.

«Il Tiglio, Iuffa, il PalaPanini, i tifosi, la possibilità di giocare con straordinari campioni che mi hanno fatto crescere come giocatore e come uomo».

Che ruolo ha avuto Velasco nella sua carriera?

«Velasco è stato determinante: lui ha visto le mie potenzialità cambiandomi ruolo da palleggiatore a schiacciatore. E non solo: mi ha fatto diventare un giocatore con un carattere forte e vincente che non si accontentava mai, lui è stato bravo a toccare le corde giuste perché questo accadesse».

Qual è la gioia più grande che ha provato a Modena in quegli anni?

«Tante, dal primo scudetto nel 1986 quando non ero titolare, alla Coppa dei Campioni nel 1990 in Olanda».

Quali altri personaggi ricorda di quegli anni?

«Leo Novi, Pietro Peia, Aristo Isola che è stato importantissimo per me, Gigi Chiossi. E tutte le persone che vedevo fuori dalla palestra: Meris, Antonella e Gabriella da Iuffa, l’amico Ernesto Ferraguti di Volleyball quando si continuava a parlare di pallavolo anche fuori dal PalaPanini. Momenti impossibili da dimenticare».

Poi disse addio a Modena andando a Treviso.

«C’è chi scelse molto prima di me e di Luca Cantagalli, noi fummo gli ultimi ad andarcene. A Treviso sono rimasto dodici anni e ho continuato a giocare per vincere che è quello che ho sempre cercato di fare nella mia vita».

Capitolo Nazionale.

«Nel 1989 abbiamo iniziato un percorso straordinario che ci ha portati a vincere prima l’Europeo e poi, nel mio caso, anche due titoli mondiali: a Rio nel 1990 eravamo degli outsider, nel 1994 invece una delle due squadre favorite, e vincere da favoriti, credetemi, è molto più difficile».

Quanto brucia non aver vinto un’Olimpiade?

«Resta l’amarezza perché quella squadra avrebbe meritato di coronare con l’oro olimpico il suo percorso, ma io continuo ancor oggi a dire che la medaglia d’argento di Atlanta è... macchiata d’oro. Siamo stati eliminati per uno e due punti due volte dalla stessa squadra, l’Olanda, che era formata da 6 o 7 top player, ma sappiamo di non avere rimpianti».

Lorenzo Bernardi è stato proclamato dalla Fivb “giocatore del XX° Secolo”: lei sente davvero di essere stato il migliore in assoluto?

«Non mi sento il più bravo, certo mi sono sentito gratificato quando la Federazione mi ha assegnato questo riconoscimento, soprattutto perché ero ancora in attività: il premio va condiviso con tutti i grandi campioni con cui ho giocato e mi rende ancor più orgoglioso sia arrivato ex aequo con Karch Kiraly, uno dei giocatori a cui mi sono ispirato oltre all’altro americano Bob Ctvrtlik».

Esiste l’amicizia vera tra compagni di squadra nel club o nella nazionale?

«L’amicizia è un sentimento particolare e personale: quando giocavo non avevo un rapporto vero di amicizia con nessuno, c’era un rapporto tra giocatori che doveva essere professionale, dando il massimo per la causa che avevano sposato. Poi, quando ho smesso di giocare, il rapporto con alcuni come Cantagalli e la sua famiglia si è rafforzato: andavamo anche in vacanza insieme, ma non è necessario essere amici per creare una grande squadra. Lo sembravamo forse, amici, perché lottavamo insieme per un obiettivo comune».

Perché ha scelto di fare l’allenatore?

«Non mi sarei visto dietro a una scrivania, giacca e cravatta, volevo un ruolo attivo in base a quello che era stato il mio passato. Il desiderio era trasmettere ai giocatori da allenare non tanto la capacità tecnica, ma una struttura mentale, con l’attitudine mentale si possono raggiungere grandissimi risultati».

È più difficile fare l’allenatore o diventare il “più forte” come giocatore?

«Sono ruoli completamente diversi».

È più difficile allenare in Italia o all’estero?

«All’estero c’è grande differenza rispetto all’Italia, c’è grandissimo rispetto, non è un caso che tantissimi allenatori italiani di alto livello abbiano trascorso gran parte della loro carriera all’estero».

Qual è stato il miglior allenatore della storia?

«Secndo me Doug Beal, Velasco e Bernardinho sono stati i migliori di epoche diverse».

Chi vincerà il campionato quest’anno?

«Lube e Perugia hanno adesso qualcosa in più delle altre, ma Modena, con un top player di livello mondiale come Anderson può dire la sua».

Un solo giocatore può fare la differenza?

«Il giocatore che può fare la differenza è Leon: la fece anche in buona parte della scorsa stagione, quest’anno con un anno in più di ambientamento può farla anche nei playoff».