Galleria Mazzoli. Montesano: «Il mio sguardo sul ’900 racconto uomini ed eroi»

«In un mondo dove l’arte va a ramengo vittima del denaro creo un ponte tra passato e presente, rileggendo me stesso»



Personaggi di varia umanità, dai dittatori (Hitler e Stalin) ai miti dello sport (Coppi, Maradona), dalle eroine del lavoro alle ballerine, dalle star del cinema ai soldati e ai vangatori, ma anche paesaggi romantici (Venezia), qualche scena di guerra: è la mostra “Eroica” di Gian Marco Montesano che apre oggi, alle 18.30, alla Galleria Mazzoli, dove l’artista torinese torna per la quarta volta, dal 1984. «Opere nuove, ma alcune datate che servono da ponte tra il passato e presente per una evoluzione sullo stesso tema. La mostra – dice Montesano - è una rilettura che faccio di me stesso. Non c’è salto di tipo concettuale. È il mondo che ho descritto anche in passato, con la stessa visione».


Il critico Valerio Dehò parla di “sentimento più mite”, amorevole…

«La stessa idea del mondo delle cose, delle persone, di me e degli altri si è addolcita. In mostra c’è un esempio di soldati che combattono. Gli stessi soldati tra le rovine suonano, fanno musica. Ma il vecchio Montesano di ieri è quello di oggi».

Da dove attinge le immagini?

«In questa esposizione avrei voluto ricordare anche quella mostra di opere derivate da santini, ma non ho trovato quelle che volevo. Il mio è un lavoro di riflessione sulla storia occidentale del ‘900. Appartengo ad una cultura, civiltà europea e sono costretto a far ricorso, come documenti, a fotografie storiche, ad immagini di repertorio, a vecchie riviste d’epoca, di cronaca collettiva».

Il suo nome è legato anche all’arte sacra, quella dei “santini” della tradizione popolare. E ha detto, allora, che “Le coeur de l’art est catholique”. Lo pensa anche oggi?

«Certamente. Non posso, non voglio, per mia indole e natura, negare ciò che accompagnava tutto il ciclo dei santini. Che ho riprodotto e rielaborato sulla tela, dietro la quale c’era questa definizione. Mi riferivo alle persone in Italia, dove la visione è cattolica. Volevo anche dire qualcosa di preciso: che la grande storia dell’arte è figurativa, con soggetti eminentemente religiosi».

Lei è anche scrittore e regista di teatro sperimentale. Come si relazionano queste due discipline con il fare arte?

«È una domanda che mi perseguita, da quando sono sulla scena dell’arte. Direi che le discipline non s’intrecciano affatto. Sono la stessa cosa. Discipline tecniche a parte, il concetto, il cuore, l’animo, lo spirito, l’essere esprime esattamente la stessa cosa. Tratto gli stessi argomenti che sono l’etica, l’eroismo, l’amore in teatro come in pittura. Sono un complemento della stessa espressione».

In che misura la sua esperienza a Parigi, con i filosofi Deleuze e Baudrillard, ha influito sulla sua ricerca d’artista?

«Confesso che l’esperienza parigina, sostanzialmente, non mi è servita a nulla. Mi è servita solo dal punto di vista tecnico, non pittorico. Nel senso che ho imparato tecnicamente cose che non conoscevo prima: a ragionare meglio, analizzare, pensare, sapere di più. Ma nel mio modo di essere, nella mia profondità non ho modificato nulla. Ciò che resta centrale è il cuore, l’essere».

Ha attraversato la seconda metà del ‘900, restando fedele alla pittura. Non ha mai avuto la tentazione di sperimentazioni astratte, anche trasgressive?

«Non ho praticato solo la pittura. Ho fatto di peggio. Ho combattuto, con Salvo, il diritto di cittadinanza della pittura figurativa, vietata dal sistema dell’arte, disprezzata da critici. Sono stato definito lo scemo del villaggio, prima di diventare, con i santini, “il madonnaro”. Ritengo che una buona pittura figurativa comprenda e assorba in sé tutta le possibilità dell’astrazione, per la quale il rispetto è indispensabile».

La sua pittura è stata definita neopop, realista, postmoderna…

«Mi sono preso tutte le definizioni sbagliate. In verità, la mia pittura contiene parecchi enigmi interprativi. Forse si può parlare di realismo magico».

In che direzione va oggi l’arte?

«Va a ramengo. L’arte non è più al centro del mondo. Non si spiega il Rinascimento senza gli artisti, invece oggi l’arte ha perduto la centralità, non perché è stata modificata, diventata più bella o più brutta, ma per essere stata sottratta dalla società, dal mondo e sostituita dal valore dell’economia e dal capitalismo finanziario e, come pratica, dalla tecnologia. Non a caso il filosofo Heidegger, che umanamente non era un soggetto troppo raccomandabile, scrive l’ultimo libro, dal titolo esemplare “Solo un dio ci potrà salvare”. Difendo il mio lavoro. Sono una persona che ha una posizione ben precisa nel modo di stare nel mondo».

L’arte racconta la contemporaneità?

«Da parte mia, racconto i valori che sopravvivono nel nostro tempo, con grosse difficoltà. Ecco l’eroismo, l’etica senza significato retorico». —