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Nonantola, «Quando la musica scende nell’arena politica il messaggio arriva subito»

Da Bandiera Rossa ai cantautori anni Settanta, in un libro Andrea Zoboli svela come le canzoni e le note siano uno strumento efficace di lotta in ogni paese 

NONANTOLA. Quanto è forte il legame tra musica e politica? Quanto e come è stata utilizzata la musica dai partiti politici nel corso degli anni?

La risposta a queste domande, e molte altre, l'ha provata a dare Andrea Zoboli nel libro “Musica & Politica”. Zoboli, nonantolano doc, ricercatore, musicista e politico (assessore proprio a Nonantola con deleghe alla cultura, turismo, centro storico e giovani), ha deciso di unire le sue due grandi passioni e di analizzare i loro punti di incontro. Nel libro si parla ovviamente della storia italiana, da Bandiera Rossa all'inno di Forza Italia, arrivando fino ad una terza Repubblica silenziosa; ma si vola anche negli Stati Uniti (Malcolm X, Trump e la musica nazionalista dopo l'11 settembre) in Inghilterra (Blur e Oasis) ed in molti altri paesi.


Zoboli, com'è nata l'idea del libro?

«Ho iniziato a studiare come si intreccino musica e politica almeno cinque anni fa: da lì sono nate una tesi di laurea magistrale, una trasmissione su Radio Città del Capo, ed uno spettacolo teatrale intitolato “La strategia della canzone”. La casa editrice, Odoya, mi ha aiutato a raccogliere questo lavoro su un tema poco approfondito in Italia e a trasformarlo in “Musica & Politica”».

Cosa lega così tanto musica e politica?

«La musica è un formidabile veicolo di messaggi politici e sociali, per la sua pervasività, perché può essere ascoltata collettivamente e riprodotta facilmente. Il potere può usare la musica a fini propagandistici, per trasmettere valori, generare senso di appartenenza, costruire endorsement. Oppure può ostacolarla: tanti sono i casi di censura, violenta o subdola, sia nei regimi che nelle democrazie. O ancora la musica stessa a fare politica, raccontando i valori e le istanze di una società o denunciando il potere».

È più appassionato di musica o politica?

«Difficile rispondere. Apparentemente dovrebbero attenere a due sfere diverse: emozioni e creatività la prima, razionalità e responsabilità la seconda. Ho studiato entrambe ed entrambe sono parte della mia quotidianità, mi piace pensare che la musica aiuti ad affrontare meglio la politica».

C'è un capitolo che le piace di più?

«Cominciamo dalla musica dei partiti italiani dal dopoguerra, dove troviamo assonanze sorprendenti e terribili scivoloni. Poi la musica in Italia negli anni della strategia della tensione e del terrorismo. Molto appassionante il capitolo dedicato alla Guerra Fredda, mentre dalla resistenza in musica dei sudafricani all’apartheid il pop occidentale degli anni ’80 ha molto da imparare. Ma il capitolo cui forse sono più legato è quello che racconta le straordinarie commistioni tra politica e Britpop (Oasis e Blur su tutti) negli anni dell’ascesa di Tony Blair e della “Cool Britannia”».

Se dovesse musicare il periodo politico italiano attuale, chi sceglierebbe?

«E’ difficile giudicare in tempo reale quale artista sia realmente e genuinamente politico. Quando però il dibattito pubblico torna ad un livello “pre-politico”, emotivo, ed emergono leader divisivi, allora è più facile, e in certi casi conveniente, per alcuni musicisti schierarsi. Guardiamo alla nuova generazione di cantautori (penso a Brunori o Motta), ma anche al rap e all’hip-hop (Willie Peyote)». Cita tantissime canzoni, quale avrebbe voluto scrivere? «Parlare di politica in una canzone è un esercizio difficile, il miglior cantautorato italiano c’è riuscito, ma se devo scegliere una penna prendo il cantante e scrittore afroamericano Gil Scott Heron. Alla sua poesia e al suo sarcasmo unirei l’energia di Fela Kuti, la rabbia degli Who in “Won’t Get Fooled Again” e il tocco magico di Damon Albarn».

Cosa bisogna aspettarsi dalla lettura del suo libro?

«Ho provato a tenere insieme rigore storico nella ricerca delle fonti e nella ricostruzione, un’approfondita analisi musicale e la giusta dose di ironia. Mi sono divertito a scrivere, spero che il libro che ne è risultato possa trasmettere quel divertimento e quelle scoperte a ogni lettore». —