Il potere rivoluzionario delle due ruote Così la bici“ha spinto” la riscossa delle donne

Nella mostra allestita alla Galleria Civica, interrotta causa Conoravirus era pronta una speciale sezione dedicata all’universo femminile 

LA CURIOSITà

Stefano Luppi


Sembra Medioevo invece è oggi.: ci sono paesi del mondo che “sconsigliano” o addirittura vietano alle donne di andare in bicicletta: non lo permettono i talebani in Afghanistan né i vertici dell’Arabia Saudita mentre non è una buona abitudine per loro farlo in Iran, in Nord Korea e in Pakistan. Questa e molte altre informazioni si apprendono dalla mostra “Bici davvero! Velocipedi, figurine e altre storie” del Museo della figurina “Giuseppe Panini”, curata da Francesca Fontana e Marco Pastonesi, attualmente interrotta causa emergenza coronavirus. «Avevamo programmato un appuntamento al tema donne e bici - spiega la curatrice Fontana - sui rapporti che intercorrono tra il cambiamento delle abitudini, della società e dei costumi femminili in rapporto allo sviluppo delle due ruote. In mostra a Palazzo Santa Margherita abbiamouna sezione con decine e decine di pezzi su questo tema, opere che ci permettono di affermare che la bicicletta è stata fondamentale nella emancipazione della donna». L’esperta ricorda che «studiando la storia della bicicletta per realizzare questa rassegna mi sono accorta di questa emancipazione alla quale magari non si pensa tanto spesso. Intanto va ricordato che bicicletta e figurina nascono negli stessi anni, poco dopo la metà dell’800 e guardando molte delle immagini che il museo ha nel suo patrimonio si vede come ad esempio l’abbigliamento cambi e si evolva in contemporanea. Partiamo da quello degli uomini, poiché le bici all’inizio erano chiamati cavalli d’acciaio i ciclisti si vestivano come i fantini. Ma i cambiamenti sono appunto evidenti per quanto riguarda il gentil sesso: le prime donne ‘cavalcano’ le due ruote vestite con i tipici gonnelloni ottocenteschi e il corsetto. Ma sono abiti scomodi tanto che prestissimo le gonne si divisero in due e divennero presto veri e propri pantaloni alla zuava per montare in sella con facilità. Anche se molte donne venivano derise ».

Ma i segreti sul tema sono tantissimi e ci sono belle immagini che raccontano tutto ciò, soprattutto immagini di donne sulla bici, ma anche pubblicità di sigarette e altri prodotti, poster dei primi grandi magazzini francesi “Au Bon Marché”, figurine e bolli chiudilettera a bizzeffe. Ma appunto sono le donne il tema centrale .

«Come se non bastassero queste difficoltà pratiche - prosegue la curatrice - alla fine del XIX secolo l’uso della bici da parte delle donne viene costantemente scoraggiato sia dai moralisti che lo ritengono un mezzo poco decoroso, sia dai medici, secondo cui sconvolge il sistema nervoso, danneggia gli organi di riproduzione ed espone al rischio di cadute. Inoltre, è opinione diffusa che una velocipedista perda quella grazia e quel fascino che si convengono a una signora: lo sforzo fisico arrossisce la pelle e gli occhi, scompiglia i capelli e rinsecchisce il fisico».

È evidente che il nuovo mezzo viene anche visto come una minaccia al ruolo di madre e di moglie anche se per fortuna qualcuna si impone di cambiare. Sono i nomi delle donne che non ci stanno e protestano pubblicamente, come ricorda Francesca Fontana: «Tra quante hanno lasciato il segno nella storia del nuovo mezzo ci sono Alice Hawkins, storica suffragetta inglese che promuove i diritti delle donne in sella a una due ruote indossando i pantaloni, Annie Londonderry, prima a compiere il giro del mondo su una bicicletta nel 1894. E tra loro una italiana, Alfonsina Strada di Castelfranco che nel 1924, unico caso della storia, partecipa al Giro d’Italia. E non va neppure dimenticato il ruolo delle staffette partigiane durante la Resistenza che utilizzavano la bicicletta per trasportare documenti, stampa clandestina, armi». —

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