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Cent'anni fa l’eccidio di Piazza Grande: 5 manifestanti uccisi

Una ricerca dello storico e giornalista Fabio Montella ha permesso di ricostruire la dinamica del corteo del 7 aprile 1920 finito nel sangue: una catena di errori che costò la vita a cinque operai

MODENA. Quel 7 aprile 1920 cadde di mercoledì: in piazza Grande si radunarono circa duemila lavoratori. Manifestavano nell’ambito dello sciopero generale di protesta promosso dalle due Camere del Lavoro (socialista e sindacalista) per l’eccidio di Decima, frazione di San Giovanni in Persiceto, dove otto operai erano stati uccisi dalla forza pubblica. Al mattino si tenne un comizio in Largo Garibaldi, senza incidenti.

FUOCO SULLA FOLLA. Al pomeriggio un secondo comizio, che doveva svolgersi in piazza delle Scalze (oggi piazzale Boschetti), venne dirottato invece su piazza Grande. Davanti allo scalone del Municipio avvenne la strage. I Carabinieri spararono sulla folla uccidendo cinque lavoratori e ferendone molte decine. L’eccidio è una delle pagine meno note della storia della città, sebbene all’epoca abbia destato grande impressione anche a livello nazionale.

LA RICERCA STORICA. Merito dell’Istituto Storico di Modena e del giornalista e ricercatore Fabio Montella quello di avere studiato nel dettaglio i fatti, approfondendo anche gli atti delle due inchieste aperte all’epoca (una del Ministero dell’Interno e una dell’Arma dei Carabinieri) per individuare le responsabilità dell’accaduto, frutto di una catena di errori da parte delle autorità. Ma torniamo dunque a quel fatidico 7 aprile 1920: il Prefetto di Modena, Francesco Gay, decide di chiudere un occhio.

L'ERRORE DEL PREFETTO. «Accetta – spiega Montella - che si cambi il luogo del comizio. Manda a chiamare il regio commissario Italo Pio, che guida il Comune dopo le dimissioni del Sindaco, Giuseppe Gambigliani Zoccoli a seguito del voto del 1919. Questo si rivelerà l’errore numero uno, perché Pio non sarà in Comune nel momento decisivo. Al pomeriggio il corteo si muove da largo Garibaldi e attraversa il centro per la via Emilia. I lavoratori sono preceduti da cinque bandiere. Una è quella della Lega proletaria mutilati; è rossa, con la scritta nera ‘Giù le armi!’, e al mattino era stata issata sulla statua del Re, in largo Garibaldi. A portarla è una donna, Valentina Meschiari, segretaria della Lega delle Operaie della Manifattura Tabacchi. Il corteo passa l’incrocio con corso Umberto I (oggi corso Canalgrande), svolta in piazza Grande e si ferma».

IL VICEQUESTORE FORZA LA MANO. La forza pubblica è già schierata. A comandarla non c’è il questore, Di Salvia, ma il suo vice, Giuseppe Morelli. A Modena Morelli è arrivato con la fama di ‘duro’. Quel 7 aprile fa sistemare 50 carabinieri e un drappello di soldati del 36° reggimento Fanteria ai lati dello scalone del Municipio. «Dà l’ordine di fermare chiunque voglia salire agli uffici. I militari – continua Montella - vengono addossati al muro e non sulla linea del portico. E questo è l’errore numero due della giornata. Il segretario della Camera del Lavoro socialista, Enrico Ferrari, e un rappresentante di quella sindacalista, trattano con Morelli. Lui dà loro il permesso di passare. I due salgono lo scalone per chiedere al Regio commissario di parlare dal balcone. Italo Pio, però, è dal Prefetto. Gli telefonano ma non lo trovano, perché sta già tornando indietro».

UNA DONNA E I CARABINIERI. Intanto i minuti passano. Il vicequestore Morelli aveva invitato la Meschiari a ripiegare il drappo e ad abbassare l’asta (la bandiera è ora all’Archivio di Stato a Roma, ndr.). Lei non lo fa. Il comandante dei Carabinieri, Giulio Gamucci, è furioso. Forse a dargli fastidio è anche il fatto che sia una donna a tenere testa ai suoi uomini.

SEQUESTRARE LA BANDIERA. «Morelli ordina a Gamucci di sequestrare la bandiera. E questo è l’errore numero tre. Gamucci ce l’ha a morte con socialisti e anarchici, qualche mese prima i lavoratori infuriati per l’aumento dei prezzi dei viveri lo avevano aggredito». Insieme ad alcuni carabinieri Gamucci preme sulla folla: in base alla ricostruzione dei fatti cerca di afferrare la bandiera, ma non ci riesce. Dopo una breve colluttazione riesce ad allontanare la gente di un paio di metri. In quel momento, senza nessun ordine, si sente uno sparo, poi altri. È il panico. I manifestanti cominciano a correre, inseguiti dai carabinieri fino al centro della piazza. Vengono esplosi una trentina di colpi, alcuni singoli, altri a raffica. Si spara in aria, soprattutto, ma anche ad altezza d’uomo. Oggi si muore per un nemico invisibile. Cent’anni fa si moriva perché ci si schierava dietro una bandiera rossa in piazza. Dopo la strage del 7 aprile gli anarchici si armano. Insieme ad alcuni aderenti alla Federazione giovanile socialista, grazie alla complicità di alcuni soldati, rubano sei mitragliatrici dalla caserma del 2° Reggimento artiglieria pesante campale. Le nascondono a Staggia, sull’argine del Secchia. «Staggia non è scelta a caso. Da quelle parti è infatti attivo l’unico soviet esistente in provincia, il cosiddetto Consiglio degli operai e dei contadini di San Prospero. Ironia della sorte, le mitragliatrici rubate – conclude Montella - erano conservate nella caserma per essere utilizzate proprio per reprimere moti operai. Per le autorità il furto è uno shock. La Questura si mette subito sulle tracce degli autori del furto».

TRADITI E ARRESTATI. A tradirli è la soffiata del padrone della casa di tolleranza di via Armaroli. La Polizia trova così le armi e arresta 28 tra anarchici e socialisti. Vengono decapitati i vertici della Camera del Lavoro sindacalista. In 25 vanno a processo, 13 sono condannati. —