Bertoni: «La mia ricerca vuol essere un invito a coltivare la buona poesia»

Il professore e poeta modenese presenta la terza edizione del suo volume che racconta gli autori dal Novecento ad oggi: da Carducci e D’Annunzio a Cucchi, Gualtieri e Lamarque 

MODENA. Parte da Carducci, Pascoli e D’Annunzio l’indagine di Alberto Bertoni, docente all’Università di Bologna, sulla “Poesia italiana dal Novecento a oggi” nel libro (Marietti 1820, euro 20), giunto alla terza edizione. L’analisi non si ferma al genere lirico. Implica una riflessione sul modo di fare poesia, di proporla e di insegnarla, di declamarla. Il percorso si snoda attraverso richiami ai grandi della letteratura italiana e non solo, come Ungaretti, Quasimodo e Montale, ma anche a figure fondamentali, forse meno note, della contemporaneità.

Quale l’itinerario del Novecento attraverso i nomi più importanti e originali?


«Ho cercato di fissare, tra Otto e Novecento, il periodo dei poeti laureati, Carducci, Pascoli e D’Annunzio, che avevano una competenza fortissima di greco e latino, l’idea di poesia radicata nella conoscenza del mito classico. Quando poi entrano in scena quelli nati negli anni 80 dell’Ottocento, Palazzeschi, Gozzano, Saba, Moretti e Campana, rivelano che si può fare poesia partendo dalla vita, invece che da forme precostituite. Non sono laureati e spesso non diplomati, non masticano il latino. Il parlato della quotidianità entra nel linguaggio della poesia. E’ la generazione destinata a morire nei macelli della prima guerra mondiale. Il 900 comincia con questo depotenziamento della cultura, delle tecniche e forme. Ma i poeti si rivelano colonne di quel periodo, per poi arrivare a Ungaretti e Montale, un po’ più giovani, consacrati in assoluto. Nati negli anni venti, Giudici e Zanzotto, laureati, colpiscono per il linguaggio molto forte e individuale, come Amelia Rosselli, Sanguineti, Pasolini che è un grande regista».

Figure modenesi?

«Antonio Delfini (1907-1963) che si colloca in una linea sperimentale con “Poesie della fine del mondo” pubblicate da Feltrinelli nel 1961. Poesie anticipatrici dell’avanguardia. Delfini porta a Modena il Surrealismo, di cui compra tra il 1932-1933 a Parigi riviste e libri. Sono il fondamento della sua formazione. Modena entra nella letteratura di inizio secolo, quando al Teatro Storchi, debutta il 2 giugno 1913 in modo clamoroso (lancio di oggetti sul palco), con Marinetti e musicisti e pittori futuristi, “Lo scoppiatore”, prima tra le macchine musicali costruite da Russolo per intonare i rumori della città moderna e della natura. In arte la città vanta nomi notevoli, come Prampolini, Tirelli e Molinari, in poesia emerge, con le parole in libertà e tavole parolibere, il finalese Piero Gigli (Jamar 14), amico di Marinetti, che ha diretto, con Bontempelli, il giornale di guerra “Il Montello”».

Le peculiarità dei poeti dell’ultimo ventennio?

«Il panorama è molto ricco. A parte il cambiamento portato dalle nuove generazioni, ci sono anche grandi poeti: Valerio Magrelli, Antonella Anedda, Mariangela Gualtieri, la milanese Vivian Lamarque, la romana Patrizia Cavalli. Consacrati sono Maurizio Cucchi, Mario Santagostini, Vito Bonito, Giancarlo Sissa, Maria Luisa Vezzali, Francesca Serragnoli… Oggi c’è una prevalenza sia qualitativa che quantitativa di poetesse. Se dovessi fare un’antologia dei primi 20 anni metterei più voci femminili che maschili. C’è un’osmosi con il rap e la canzone che muovono grandi affari. Me ne sono accorto quando ho scritto un libro con Guccini. Abbiamo venduto 90 mila copie. Per un mio libro di poesia se ne tirano duemila. E’ un momento buono per la poesia. Anche ai festival sempre pieni».

C’è la necessaria educazione alla poesia? E la “buona scuola”?

«Insegnando anche a Bressanone nella facoltà di scienza dell’educazione, mi sono accorto che i bambini delle materne e elementari hanno istintivamente il senso dell’uso poetico del linguaggio, e quando vanno alle medie accade qualcosa che li disamora. Al posto della lettura dei testi molti se la cavano con la vita di scrittori e poeti e con la storia della letteratura. Invece, la mia lezione all’Università è entrare in un testo e leggerlo ad alta voce, per imporlo agli studenti. Diceva il mio maestro Ezio Raimondi che un bravo insegnante deve essere anche un bravo attore. I programmi andrebbero completamente riscritti. Le antologie non hanno più senso. Sarebbe utile imparare a memoria le poesie. E’stata una perdita tremenda. Imparare mnemonicamente è fare musica delle parole dentro di noi. La poesia ti canta anche dentro l’inconscio. E’ canzone. Ma mentre la canzone ha bisogno di accompagnamento musicale esterno, la poesia, come diceva Pessoa, la musica se la costruisce dentro le parole. Ciò è positivo per la nostra psiche».

Qual è la buona poesia?

«Ce n’è tanta. E’ quella che ha una forma di igiene, di controllo e sintesi del linguaggio, acquisizione del senso di parole nuove. Il Novecento ha abbattuto tutte le barriere, dimostrandoci che tutto è poetabile».

“Tutti poeti?” si chiedeva, nel libro del 2012. Perché?

«Consideravo che tra un milione di estensori di versi, solo 2mila fossero disponibili a comprare, e a leggere forse, un libro di poesia contemporanea. Il vero problema allora e oggi è la lettura. Stiamo disimparando a leggere, persino noi operatori. L’introduzione dei computer, dei messaggini ha ridotto i tempi della lettura come concentrazione solitaria e acquisizione di un concetto. Quando leggevo a 15 anni Montale non lo capivo subito. Allora lo rileggevo. Ora, all’Università non posso far memorizzare un saggio, un libro che gli studenti leggono a volo d’uccello, tanto che mi chiedono appelli il giorno dopo che il corso è finito, credendo di aver capito tutto. Mentre impongo un mese di intervallo, per approfondire con letture. E’ un fenomeno del nuovo millennio, e si vede anche dai pochi libri venduti. Vengono molto più ascoltati cuochi, sarti, allenatori di calcio, filosofi o pseudo tali. La lettura non è più una pratica abituale. Dico spesso ai ragazzi di sudare su un testo, di rileggerlo per capire qualcosa. Per questo prolifera il fenomeno della scrittura. Tutti vogliamo essere poeti».

Credo siano in tanti ad inviarle i loro testi….

«Anche tanti colleghi e professionisti mi confessano di scrivere poesie, e me le mandano. Cerco di dare udienza a tutti, ma anche di essere severo, come faccio con i ragazzi. Noto spesso nella poesia la mancanza di ritmo, l’abuso di aggettivi. L’oralità prevale sulla scrittura che prevale sul leggere. La poesia recitata è fuggevole, precaria, viene trattenuta dai 12 ai 20 secondi. Bisogna leggerla da solo, facendosi silenzio dentro di sé, con la consapevolezza che stiamo parlando di una persona più intelligente, più sensibile e più colta di noi». —