Lucarelli: «Dalle Fonderie di Modena del 1950 agli stadi di oggi. Se l’Italia non riflette sull’ordine pubblico»

Lo scrittore pubblica su”Il Dondolo” il racconto sull’eccidio di Modena: «Ho cercato di fare un lavoro più scientifico possibile»

Il racconto spettacolo “Fonderie. 9 Gennaio 1950” dello scrittore Carlo Lucarelli, andato in scena alla Tenda in occasione del settantesimo anniversario, diventa un ebook pubblicato dalla casa editrice digitale del Comune di Modena “Il Dondolo”. Un ebook con una copertina d’eccezione: un quadro a firma dell’artista Wainer Vaccari su quell’eccidio che vide la polizia sparare sugli operai che protestavano contro i licenziamenti provocando sei morti e circa duecento feriti.

Lucarelli, come è nata quella narrazione? Come si è mosso dal punto di vista storiografico?


«Mi sono servito di tutte le fonti possibili. Ho letto “All’alba della Repubblica” di Lorenzo Bertucelli, “Le Fonderie Riunite di Modena” di Eliseo Ferrari ma soprattutto tutti gli atti del processo delle Fonderie conservati dall’Istituto Storico di Modena. Sono andato là un po’ di volte e ho trovato davvero tantissime testimonianze, che ho confrontato. Ci sono quelle dei carabinieri, quella del questore, dei feriti, dei parenti delle vittime... Devo dire che è stato un lavoro appassionante».

Quanto tempo le è servito per questo lavoro di ricerca?

«Nel complesso almeno un mese di lavoro abbastanza intenso. L’archivio è veramente bello, ci sono documentazioni incredibili del processo, sia da una parte che dall’altra. Sono tutte battute a macchina ovviamente, ogni tanto annotate a mano quindi da sfogliare con delicatezza estrema per non rischiare di frantumare le pagine. Quelle belle cose da storico, che io non sono, ma che ogni tanto mi piace fare».

Quale punto di vista assume nella narrazione e quali emozioni è riuscito o pensa di riuscire a suscitare nel lettore?

«Un punto di vista che fosse il più oggettivo e scientifico possibile. Ho cercato davvero di ricostruire la dinamica di quello che è successo, di fare chiarezza sulla segmentazione delle voci che circondano la vicenda, togliendo tutto quello che non è certificato. Credo che questo lavoro però non possa esistere senza due elementi».

Quali?

«Il primo è il contesto. Ho ricostruito il contesto storico e sociale, attraverso ciò che in quegli anni erano il sindacato, il Partito comunista, le forze dell’ordine e i partiti di governo, soprattutto a Modena. Le emozioni sono il secondo elemento. Perché parliamo di un dramma, di persone morte, di segreti, di trame che si sono ricamate intorno. Io spero di aver restituito l’emozione, la compassione, il dolore di quello che è successo, e, contemporaneamente, una certa arrabbiatura per come è stato gestito il tutto».

Si dice che la memoria del passato non debba mai essere pura rievocazione. A lei quale presa di coscienza, riflessione, insegnamento ha lasciato questa vicenda?

«Innanzitutto una riflessione sulla memoria: se non facciamo i conti con certe cose, se ce le dimentichiamo, siamo costretti a riviverle di nuovo. La vicenda della Fonderie Riunite, che è stata solo una delle tante tragedie di quello scorcio di anni Cinquanta, riflette una contrapposizione netta e “da guerra” che vedeva da una parte il governo e le forze dell’ordine e dall’altra i cittadini, che in questo caso erano disarmati. Un tipo di contrapposizione così, tra “eserciti” diversi, che porta a un disastro dal punto di vista dell’ordine pubblico, la rivediamo oggi in altre situazioni, penso ad alcune manifestazioni ma anche agli stadi. Se non ci fermiamo a dire “l’ordine pubblico deve essere un’altra cosa”, potrebbe risuccedere».

Dunque la memoria come strumento per costruire un futuro diverso.

«Sì, la memoria insegna questo: se segui e conosci una dinamica e le sue conseguenze dovresti avere quell’emozione, quel dolore, quella rabbia che ti permettono di fare i conti con quanto accaduto e impegnarti per un futuro diverso. Cosa che non abbiamo mai fatto. In quegli anni in Italia, dalla parte di chi doveva garantire l’ordine pubblico, avevamo tantissime persone che venivano dal passato regime fascista e che si portavano dietro quella stessa identica mentalità. Non c’era ragione per non continuare a fare dopo quello che erano abituati a fare prima. Fare i conti con il passato significa togliere le persone che si sono comportate male, togliere le dinamiche e le ideologie che non hanno funzionato e ricominciare da capo».

C’è qualcosa che l’ha colpita in particolare? Una testimonianza, un’azione, una dinamica?

«Tante cose mi hanno colpito, soprattutto le testimonianze spontanee e molto “popolari” dei dimostranti, dei feriti, di persone che parlano in maniera molto concreta, così come si fa da noi. Raccontavano molte volte lo stupore e la paura che hanno avuto nel trovarsi improvvisamente all’interno di una battaglia, di una guerra. Molto interessanti anche le testimonianze delle forze dell’ordine, nonostante siano più coordinate e controllate, perché traspariva la preoccupazione per quello che era successo, e quelle dei quadri, dei funzionari, che riflettevano una determinata mentalità».

Parliamo ora del mercato dei libri. La pandemia ha bloccato il 90% dei nuovi titoli in uscita e nel 2020 sono attesi 900 milioni di euro di perdite. Secondo lei, cosa serve al settore per risollevarsi?

«Sono cifre che fanno paura. L’editoria e la cultura devono essere aiutate da sempre. Noi dobbiamo partire dall’idea che la cultura, e quindi l’editoria e quindi gli scrittori sono una cosa importante. Non dico più importanti, per fare un esempio, di un idraulico o di un commerciante, ma dico altrettanto importanti. Non è che l’editoria deve essere aiutata particolarmente, deve essere aiutata come pensiamo di fare con tutti gli altri settori. Anche gli scrittori, vivendo di quello che pubblicano, dovrebbero essere sostenuti. Io non posso lamentami ma, in generale, molte volte sembra ancora che gli scrittori non ricadano dentro la categoria dei lavoratori, come se fossimo “gente così, che hanno un hobby che se va bene poi li porta a vivere di quello”». —