Modena. Quando la peste falciava le vite e intanto si andava in processione

Le annotazioni del cronista Spaccini sul morbo del 1630 tra conta dei morti e assembramenti religios

LA STORIA

Rolando Bussi


Oggi il mondo è messo in ginocchio dal Coronavirus.

Boccaccio preannuncia nel Decameron il nostro presente. Testimone oculare della peste nera che colpì Firenze nel 1348, racconta le inutili barriere, la rimozione cieca, la folle spensieratezza. E una disumanità che oggi per fortuna non c’è.

La “mortifera pestilenza” diventa la cornice del Decameron, il suo capolavoro. I cronisti raccontano che l’epidemia, scatenata da un focolaio orientale e dilagata nelle città portuali europee, sarebbe approdata a Firenze, già afflitta da una profonda crisi economica e politica, in primavera, per dileguarsi in ottobre-novembre. Nell’arco di cinque anni, dal 1347 al 1352, la pandemia si estese dal Mediterraneo alla Scandinavia e ai Balcani, uccidendo almeno un terzo della popolazione europea.

E tutti abbiamo letto Manzoni che nei “Promessi sposi” ricorda la peste del 1630. L'autore descrive la terribile epidemia con l'occhio attento e obiettivo dello storico, citando spesso le fonti a sua disposizione e sottolineando soprattutto l'incuria e la negligenza mostrate dalle autorità milanesi nel sottovalutare il rischio del contagio, e poi nel tacere e minimizzare la pestilenza quando essa era già scoppiata.

Anche a Modena accadde qualcosa di simile, come ci racconta la Cronaca di Modena di Giovan Battista Spaccini (sei volumi, di ben 4.142 pagine, che vanno dal 1588 al 1636, pubblicati dal 1993 al 2008 da Franco Cosimo Panini: i primi due furono curati da me, Carlo Giovannini e Albano Biondi; poi, dopo la morte di Biondi, l’opera fu terminata da me e Giovannini).

Il 25 aprile 1630 la peste è ormai diffusa in Lombardia, e ha raggiunto Piacenza e Parma. «Al primo maggio la peste si fa sentire a Parma, dove vi muore di molta gente. La notte li portano a sepelire su carrioni». «Adì 3 venerdì, è distrutto dalla peste tutto Casalmaggiore, non vi essendo quasi più gente, sì come ha fatto a Guastalla e Sabbioneta». A Modena la quarantena (il termine deriva da quaranta giorni, la durata tipica dell'isolamento cui venivano sottoposte le navi provenienti da zone colpite dalla peste nel XIV secolo) è ormai terminata, e i borghi limitrofi insistono per non farla rinnovare, per poter portare in città i loro prodotti. E dai paesi vicini si cercano dei barbieri, che svolgevano all’epoca anche la funzione di chirurghi. «Adì 22, mercordì. La peste di Parma è grande, ve n’è morte 700. Nel principio non è stata conosciuta, né meno v’era provigione a ciò. V’è morto otto padri Gesuiti che servivano gli infetti, e tutti li Capuzini eccetto uno, che sta ore cinque la mattina col Santissimo Sacramento servendo i moribondi e altretanto la sera». Ma a Modena continuano le manifestazioni religiose, e il 30 maggio tutta la città va in processione per il Corpus Domini e si corre il palio in Piazza Grande. Il 15 giugno, di sabato, predica in Duomo un Cappuccino con molta folla, presente il Duca. Ma il Cronista annota che a Parma muoiono ogni giorno 250 persone. E a Modena cominciano a morire i sacerdoti. Sopra a tutte le porte delle case viene attaccata, per difendersi dal contagio, un’immagine di Gesù con molte preghiere. E il 28 una grande processione parte dal Duomo e attraversa la città con il vescovo che porta un’immagine di San Geminiano, seguito dal duca Francesco I e da tutta la corte. E il Cronista annota: «Oggi sono morte 13 persone. Si dice che a Cremona in un giorno v’è morte 1.500 persone, in Milano sinora passa 20.000 persone, molte cose si dicono, ma si va con circonspetto, per non sapersi di sicuro». Il 4 luglio il Cronista riceve una lettera da Parma: «Sono tanti quelli del continuo s’infermano e muoiono che credo in puoche settimane si voterà tutta la città … Il padre guardiano de Capuzini mi disse erano morti vintedue padri, e due moribondi. Delli padri Teatini ne sono morti sette, et uno ch’era arrivato ultimamente da Modena per servire, di già s’era amalato il quinto giorno, e sta molto agravato ...» E il 13 luglio annota: «Oggi è morto 18 persone». E il 14: «Hanno portato oggi 8 morti in Duomo e non vi hanno suonato campane». E ancora: «Adì 15 è morto 31 persone». E «Adì 19, venerdì n’è morto questi giorni da 18 incirca». E «Adì 23, martedì, v’è stato molti morti oggi conforme alla solita infermità, e tutta gente di bassa condizione». «Adì 24 a ore due di notte il reverendo Alessandro Colombi sacerdote modenese insieme con molti altri preti, tutti religiosi di vita esemplare, con Cristo inanzi e torze, vestiti solo con i suoi abiti negri, scalzi, vennero al sagrato del Duomo. Tutti si gittarono in terra e dissero il Miserere mei». «È stato sepolto una donna tanto infelice che non aveva camisa intorno, e questa sicuramente è mancata di stento. È morta molta gente; questi signori medici non la intendono, pigliano un bugno per un’angonaglia [infezione all’inguine]; Molzi aveva su una chiappa due bugni, et uno su una gamba; il medico Zoccoli vi fece mettere su una ventosa per bugno, roba da far crepare ogni forte uomo; poi quando sono morti danno ad intendere ch’è peste, tanto sono ignoranti».

«Questo giorno con gran disgusto della città è andato in volta un carione con una navazza coperta a pigliare li morti alle case loro; dopo che vi sono dentro la ligano con una fune, e indi la conducono fuori dalla porta di Sant’Agostino, funerale molto spaventevole».

Una storia terribile.

Il 13 novembre, giorno dedicato a Sant’Omobono, si ebbe la prima giornata senza morti (forse furono 10.000). E i Modenesi eressero la Chiesa del Voto, sorta, come ricorda il nome, a scioglimento del solenne voto fatto dai cittadini modenesi alla miracolosa Madonna della Ghiara venerata a Reggio Emilia, affinché facesse cessare la terribile epidemia di peste. —

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