Modena frena sugli eventi culturali gratuiti «Sono ormai insostenibili, serve sinergia»

Bortolamasi e Felicori: «Dignità economica per i lavoratori e cambio di paradigma». Le associazioni raccolgono la sfida

Gli assessori alla Cultura di Modena, Andrea Bortolamasi e della Regione Mauro Felicori, ieri sera hanno buttato dalla torre quella che hanno chiamato la “dittatura del gratuito in ambito culturale”. Una tradizione che a Modena ha legami fortissimi, che giungono dalla ideologia e dalla storia, quindi complicati da cambiare. Ma il Covid-19 impone anche riflessioni, e decisioni, di questo tipo, epocali.

«I bilanci pubblici - spiega l’assessore Bortolamasi - sono in una fase molto negativa. Ad esempio la nostra tassa di soggiorno quest’anno, fatta 100 la cifre normale, sarà appena di 20. E teniamo presente che con questa cifra noi ci finanziavamo il 90% delle tante attività delle biblioteche e musei pubblici. Occorre quindi parlare della sostenibilità del sistema, basato quasi tutto su denari pubblici e delle Fondazioni. Vige oggi la dittatura della gratuità e alla lunga penso che ciò non sia più sostenibile. Serve quindi un alto grado di responsabilità del singolo e della collettività, prevedendo un minimo di investimento economico personale per certe iniziative. Del resto acquistiamo un servizio che non può essere sempre assolutamente gratis e servono anche co-progettazione e sostenibilità per quanti con la cultura lavorano».


Sul tema Felicori, già organizzatore pubblico a Bologna e successivamente direttore della Reggia di Caserta e del modenese Ago-fabbriche culturali, dice: “Attualmente, con la pandemia, ci siamo accorti che non sta in piedi una economia decente dello spettacolo dal vivo. Inutile nasconderlo e perciò dobbiamo trarre da questa tragedia tutte le lezioni possibili. La prima, secondo me, riguarda la questione del lavoro perché finalmente siamo arrivati al concetto che cultura è anche occupazione, spesso specializzata. I lavoratori atipici devono essere pagati meglio e non essere abbandonati come è accaduto ora. C’è una legge sui contratti culturali, ma ancora non è applicata. Fondamentale dunque una stagione riformista, perché la cultura è uno straordinario strumento di lotta contro le disuguaglianze sociali. Pensiamo ad esempio che il sistema museale emiliano-romagnolo produce un numero troppo basso di visite: occorre sostenibilità, qui siamo come alla fine della guerra. E non si creda che la gratuità sia buon cuore, spesso è solo una strategia di marketing».

Nel confronto pubblico di ieri la parola d’ordine è stata “sinergia” per non lavorare a compartimenti stagni “perché la cultura migliora la qualità della nostra vita”. Ambizioni non nuove ma che di fronte all’emergenza potrebbero davvero farsi realtà. Spiega i rischi Mirco Pedretti della cultura di Arci Modena: «Nel nostro dna c’è la voglia di fare, di scommettere sul futuro: abbiamo sempre fatto così e ci siamo sempre stati. Lavoriamo insieme perché altrimenti il rischio di impresa è troppo grande e tante iniziative hanno chiuso per mancanza di fondi. Ad esempio di musica si parla tanto, ma si fa poco e temo che a Modena in autunno, se non dovesse cambiare la situazione, la metà dei palchi di club e luoghi musicali non ripartirà. Rischiamo un forte impoverimento».

Secondo Evelina Pasquetti della associazione “Mi riconosci?”, che si occupa di guida turistica, la “situazione di noi lavoratori della cultura è difficile perché ancora ci battiamo per avere un salario decente. Siamo in un settore fondamentale perché la cultura crea uguaglianza sociale”. Il responsabile di Vibra Left Bruno Giusti ricorda invece che da “questa situazione se ne esce solo se si lavora insieme. E una comunità nuova nasce poco alla volta, realizzando un pezzo a testa. Noi ci proviamo”.

Infine spazio al pubblico: «Sono arrivati messaggi contraddittori - dice il giovane Leo - serve sicurezza, ma dobbiamo tornare a stare bene insieme ascoltando buona musica». —