Modena, Carofiglio e le parole che i Palazzi non usano mai: «Se la politica è gentilezza» 

Oggi in città lo scrittore protagonista di un incontro pubblico in cui parlerà del suo “Breviario”: riflessione su un mondo che ha conosciuto anche come senatore «ai margini del potere vero» 

MODENA. «La magistratura non è certo l’unico ambito nel quale occorrerebbe introdurre maggiore etica pubblica, visto che molti settori nel nostro Paese hanno dinamiche opache. Ma certo, come dimostrano gli ultimi casi, a cominciare da quello del magistrato Luca Palamara, occorrerebbe intervenire presto. Ricordando, però, che la stragrande maggioranza dei magistrati fa il proprio dovere». Gianrico Carofiglio, ex magistrato, ex senatore e scrittore da cinque milioni di copie vendute, è il protagonista dell’incontro pubblico al Supercinema Estivo. Un incontro dedicato all’attualità, alle polemiche che vedono al centro la magistratura, ma soprattutto al suo prossimo libro in uscita il 3 settembre: “Della Gentilezza e del Coraggio. Breviario di politica e altre cose”.

Carofiglio, perché un breviario di politica? E perché un titolo su gentilezza e coraggio?


«“Della Gentilezza e del Coraggio” è una mia personale riflessione sul mondo della politica, attraverso parole che in quel settore non si utilizzano. Termini come gentilezza, umorismo, autoironia, dubbio. Prenda anche la pratica dell’errore che, in politica, non si ammette e ciò è segno di grande fragilità caratteriale. Spero di fare anche sorridere il lettore con queste 128 pagine».

Non fa sorridere, purtroppo, lo scandalo che ha investito il Csm. Ma il mondo della magistratura sta peggiorando?

«Purtroppo alcuni fenomeni di malcostume c’erano anche in precedenza ma oggi, visto il successo di metodi di indagine penetranti, tutti possono avere una visione più ravvicinata del malcostume stesso. Questo esiste in forme peggiori in altri ambiti: con ciò non intendo di certo sminuire queste vicende, anzi, ma è un fatto che anni fa, per fare un esempio, la magistratura è intervenuta con efficacia sui suoi membri iscritti alla P2. Altri segmenti dello Stato non sempre riescono o vogliono farlo. Certamente, in ogni caso, occorre intervenire seriamente sul funzionamento del Csm».

Come?

«Occorre fare in fretta, certamente non abolendo le correnti, visto che dirlo è fare demagogia mediocre. Esse, infatti, sono modi di manifestare il pluralismo culturale reso possibile dall’articolo 21 della Costituzione».

Ma, in questo modo, scoppiano casi come quello di Palamara e delle nomine a procuratore capo. Lei cosa pensa di questo caso specifico?

«La vicenda Palamara presenta molti degli aspetti critici e dei comportamenti discutibili di cui stiamo parlando. Leggo sui giornali di molti comportamenti non conformi al decoro del magistrato anche se non so, non avendo letto le carte, se ci sono in quei comportamenti anche profili di rilevanza penale».

E dell’audio a favore di Silvio Berlusconi del magistrato di Cassazione Amedeo Franco, nel frattempo scomparso, che secondo i fan del Cavaliere lo scagionerebbe dalla sentenza passata in giudicato nel 2013 che pensa?

«È una vicenda assai grave su cui occorre fare una precisazione. Berlusconi è stato condannato alla fine dei tre gradi di giudizio e, se quel giudice di Cassazione aveva dubbi rispetto alla sentenza adottata, aveva a disposizione lo strumento dell’“opinione dissenziente”».

Cos’è?

«È uno strumento giuridico che abbiamo importato dagli ordinamenti del diritto anglosassone: se un giudice non è d’accordo con gli altri si dice che “fa la busta”, ossia scrive la sua opinione in un foglio che resta agli atti con il suo dissenso. Detto questo trovo inquietanti alcuni particolari della vicenda: perché si è atteso che Franco fosse morto per tirare fuori la registrazione, quando è ormai impossibile chiedergli conto delle sue parole? Se hai una registrazione così, corri subito a fare una denuncia per abuso d’ufficio, e questo non è accaduto. Perché?».

Con tutte queste polemiche non c’è il rischio che il cittadino non si fidi del giudice?

«Sì, esiste il rischio anche perché così si mischiano propaganda e problemi concreti e si fa danno a chi lavora seriamente. Questi sono scandali gravi, ma numericamente circoscritti, e la gente giustamente si aspetta correttezza e imparzialità».

Da un potere a un altro, lei è un ex senatore, com’è la politica da dentro il Palazzo?

«Non l’ho frequentato molto il Palazzo, come metafora del luogo di potere, anche se ho fatto il senatore. Quanti vengono dalla società civile come me spesso sono poco più che oggetti ornamentali in quei contesti. Sono stato perciò ai margini del potere vero e devo dire che ne trovo i meccanismi piuttosto opachi e indecifrabili. Ciò viola la regola fondamentale del potere democratico, ossia la visibilità, come diceva Norberto Bobbio».

Ha venduto milioni di libri, che significa scrivere?

«Detta come gliela dico può apparire banale, mi rendo conto, ma io penso che scrivere significhi mettere una parola dopo l’altra perché in questa maniera magicamente escono le storie, le visioni del mondo. Si producono le idee insieme alle parole».

È appena arrivato secondo al Premio Strega con “La misura del tempo” che ha per protagonista l’avvocato Guerrieri. Ci saranno altre storie per questo personaggio di successo?

«È probabile di sì, ma non so dire adesso quando scriverò una nuova storia con al centro questo personaggio». —


 

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