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Tassoni corregge la “Secchia rapita”: ecco il poema in cantiere in 74 lettere

Il professore di Unimore Lazzarini studia il carteggio col canonico padovano Barisoni sull’“editing” dell’opera

MODENA. Ora la “Secchia rapita” è più chiara e guardare un simbolo della città come il secchio “cantato” (conservato a Palazzo comunale) sarà ancora più seducente. «Alessandro Tassoni era un intellettuale e un provocatore, amante della modernità e dei classici tanto da criticare aspramente, prendendoli intellettualmente a pugni, i padri della poesia trecentesca Boccaccio e Petrarca. Ora, grazie a Unimore insieme all’Università di Pisa, abbiamo potuto analizzare l’importante carteggio con il canonico padovano Albertino Barisoni che è appena divenuto disponibile in originale e ci dice molto di più sulla “Secchia Rapita”, la principale opera di Tassoni». Andrea Lazzarini, 31enne professore con studi alla Normale di Pisa e alle spalle un assegno biennale di ricerca a Modena è in partenza per la nuova sede di lavoro, Losanna, dove ha ottenuto una “fellowship” dall’ateneo svizzero. Ma lascia in “eredità” il volume “Pazza cosa sarebbe la poesia. Alessandro Tassoni lettore del Trecento tra Barocco e Età Muratoriana” che uscirà tra pochi giorni da Franco Cosimo Panini Editore e soprattutto con la collega di Pisa Maria Cristina Cabani ha potuto analizzare il carteggio tra Tassoni e Barisoni, di proprietà di un collezionista che forse lo metterà all’asta.

«Queste 74 lettere - continua Lazzarini - sono fondamentali per studiare la “Secchia”: erano note attraverso copie e copie di copie, ma negli originali abbiamo individuato una serie di particolari che fanno anche cambiare alcune complesse interpretazioni della Secchia Rapita».


Sono lettere, che nel 1730, in una edizione appunto “copiata”, lesse anche lo storiografo modenese Ludovico Antonio Muratori: «Barisoni da Padova - continua il docente - era stato incaricato da Tassoni di curare una edizione padovana della “Secchia rapita”, questo perché il poeta modenese riteneva che in quella città parte della Repubblica di Venezia la censura fosse meno opprimente di quanto avveniva nelle città che frequentava, Modena e Roma. L’edizione padovana in realtà non si fece, ma nello scambio epistolare si parla del tentativo di pubblicarla a Lione anche se poi la prima edizione uscì a Parigi. Barisoni era insomma un interlocutore privilegiato del modenese tanto le lo aiutò a fare una sorta di editing moderno del testo della “Secchia”. Capiamo numerosi aspetti sul poema, noi studiosi, per questo devo ringraziare la collega Cabani e i miei tutor universitari a Modena, Elena Fumagalli e Matteo Al Kalak».

Il poema ebbe appunto una genesi molto complessa e nel carteggio ritrovato si trovano tanti spunti che gli studiosi dovranno analizzare a fondo. A partire dal 1616 il testo del poeta modenese subì numerosi rifiuti e solo nel 1622 vide la luce a Parigi, a cui due anni dopo seguì l’edizione italiana. Certo il carattere dell’autore non aiutava, visto che Tassoni non era certo un tipo che la mandava a dire. In queste lettere ritrovate chiama ad esempio lo stesso interlocutore padovano «baciatavolozze» e dà degli «idioti» alle persone che leggendo i suoi versi si limiteranno a guardare solo alla «superficie delle burle». Ma il suo “caratterino” lo si noterò anche nel libro di prossima uscita di Lazzarini.

«È dedicato non solo alla “Secchia rapita” - continua il ricercatore - e anzi si focalizza su Tassoni quale attento lettore della cultura del trecento italiano. Tassoni, come dicevo all’inizio, era un amante della modernità e non apprezzava gli antichi. Abbiamo due documenti con parti del Decameron di Boccaccio dove Tassoni annota a margine le sue critiche, mentre per quanto riguarda Petrarca le sue considerazioni sono nel volume “Considerazioni sulle rime del Petrarca” del 1609. Quello dell’autore della Secchia è proprio un lavoro da iconoclasta a vantaggio del suo tempo». —+