Carpi. Calcio, moda, capperi Le cinquanta sfumature dell’identità italiana

Carpi. A Palazzo dei Pio lo spettacolo che rientra nel calendario della Festa del Racconto Nori e Borghesi hanno indagato nei luoghi istituzionali, ma anche in Rete o nelle strade 



serena arbizzi


CARPI. «La Patria? È un’agenzia di vigilanza composta da metronotte armati». Con una battuta dissacrante Paolo Nori e Nicola Borghesi definiscono uno dei concetti tipici dell’essere italiano. Ed è proprio il significato dell’essere italiani al centro del nuovo appuntamento, in calendario questa sera, per la Festa del Racconto, al Cortile d’Onore di Palazzo Pio a Carpi. Lo spettacolo che porteranno in scena Nori e Borghesi si intitola: “Se mi dicono di vestirmi da italiano non so come vestirmi”, a partire dalle 21.30. Nori, parmigiano “adottato” da Bologna, e Borghesi, felsineo doc partono da due punti di vista diametralmente opposti: il punto d’incontro è un confronto in cui la forma della lettura si unisce a quella dell'interazione con il pubblico, del dialogo, dell'improvvisazione e del teatro.

Gli autori hanno portato avanti ricerche approfondite tramite più fonti: dal calcio alla famiglia, ai capperi alla moda, da Camus a Manzoni, indagando nei luoghi istituzionali, ma anche in Rete o nelle strade.

Nori, che cosa significa “essere italiano” e da cosa nasce l’esigenza di approfondire questo tema?

«Non c’è una risposta univoca. In Italia la Patria è un concetto strano: se dovessi dire qual è la mia risponderei Parma, perché è la mia città d’origine. Nonostante io abiti a Bologna da tempo, i primi 17 anni mi sono sentito in esilio. Ricordo lo scrittore Ermanno Cavazzoni, di Reggio, per rimanere in Emilia, quando si è trasferito a Bologna, considerava la città delle due torri come la provincia del suo luogo di nascita. Perché la Patria, di solito, è dove si nasce. Ultimamente, l’”essere italiano” comporta cantare l’inno nazionale: qualcosa che prima non faceva quasi nessuno anche perché comporta pronunciare parole talvolta imbarazzanti. Poi, con il presidente Ciampi c’è stata la diffusione del Tricolore, anche se non ancora così esteso questo senso nazionale. Io frequento spesso la Russia, per passione: lì è da millenni che si sentono russi. Noi siamo uniti relativamente da poco. La Patria si sta ancora formando, qui: e la nostra m ente, appunto, corre veloce ai metronotte, piuttosto che a qualcosa di assoluto».

Il Covid ha portato a una maggiore identità nazionale?

«Io abito a Croce di Casalecchio, precisamente. I miei vicini durante il lockdown hanno esposto la bandiera fuori: un po’ come l’aglio con i vampiri... Dopo il Covid è cambiata che ci sono le mascherine. Io penso e spero sia una fase temporanea da cui stiamo uscendo. Lo ricorderemo come un periodo in cui era un privilegio uscire a buttare la spazzatura. O andare a correre: cosa che io amo, ma che ero costretto a fare al mattino alle 5 per non prendere dell’untore e per non fare il capro espiatorio degli insulti dai balconi».

Da quali punti di osservazione parte lo spettacolo?

«Nicola ha 33 anni, io ne ho 57. Lui è dichiaratamente comunista, io no, anche se ho vissuto in Unione Sovietica. Abbiamo litigato più volte su tante cose, anche sul campanilismo. I litigi sono nati persino sul modo di considerare Parma e Bologna, le nostre città. E il campanilista fra i due sono io: Nicola ha uno sguardo più da rivoluzione universale. Io, invece, tengo le mie radici nel lessico, nel modo di parlare, nel modo di muovermi e osservare».

C’è qualche differenza fra essere emiliani ed essere italiani?

«Per noi emiliani è già molto diverso essere di una provincia piuttosto che di un’altra. È una questione molto complessa perché il nostro territorio è caratterizzato da profonde differenze tra luoghi che distano una manciata di chilometri. Penso all’eterno duello tra Reggio e Parma e, invece, a Modena, che, per rimanere su questioni campanilistiche, è tutta proiettata alla rivalità con Bologna, con tanto di Secchia rapita ».

E i modenesi come sono?

«Si incontrano, parlano, sono meno individualisti dei parmigiani. Ho curato il repertorio di un libretto intitolato “Il repertorio dei matti della città di Parma”, in cui emerge, tra le altre raccontate, la figura Arturo Toscanini il quale, quando dirigeva orchestre in tutto il mondo, si rivolgeva agli elementi dicendo: “Look at me”, con quella cattiveria tipica un po’ così. Quella stessa cattiveria che i modenesi non hanno».

Gli italiani, invece, come si vestono all’estero?

«Lo zaino dell’Invicta è il simbolo dell’italiano doc. Io non saprei vestirmi da italiano, ma i nostri connazionali li becco subito. E lo zaino dell’Invicta è uno dei must che non manca mai in quello che viene sfoggiato dagli italiani all’estero. Li riconosci perché sono casual, ma anche un po’ fighetti. Hanno essere sportivo che non è mai del tutto così, ma al tempo stesso non è nemmeno eleganza piena».

Essere di destra o di sinistra è ancora da italiani?

«La canzone di Gaber ormai leggendaria che definiva le due categorie negli ultimi anni ha perso un po’ di smalto. Si fa fatica a inquadrare le due parti politiche perché chi è tradizionalmente considerato di sinistra ha fatto politiche di destra, e viceversa. Basti pensare a quello che è successo con l’articolo 18. Ricordo un dibattito a Parma, al quale ho preso parte: si parlava delle vittime provocate dalle forze dell’ordine. Intervenne il padre di Francesco Lorusso, ucciso a Bologna nel 1977 ed era presente anche la mamma di Carlo Giuliani. Il papà di Lorusso raccontò dell’uomo che uccise suo figlio, il quale gli chiese di incontrarlo. E lui accettò. Vuol dire che lì, in quel punto, c’è un dolore tale che spariscono la destra e la sinistra. Sono categorie di pensiero superate da altri valori, che evaporano, spazzate via da altre urgenze del mondo in cui viviamo». —

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