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Modena. Addio a Grossman con il suo sassofono interpretava la purezza del jazz

Il musicista newyorkese morto per un infarto a 79 anni. Ha vissuto e suonato per 20 anni tra Bologna e Modena

Modena. «Con la morte di Steve Grossman Il mondo del jazz ha perso un suo grande esponente che ha regalato anche alla nostra città concerti di altissimo livello». Con commozione Giulio Vannini, direttore artistico del Modena Jazz Festival ricorda il grande sassofonista americano, deceduto all'età di 79 anni lo scorso 13 agosto in un ospedale di New York per un attacco di cuore. Steve Grossman infatti, neyorkese di nascita, è stato molto legato all’Italia e all’Emilia in particolare. Passò circa 20 anni della sua vita a Bologna e spesso si esibì sui palchi e nei locali di Modena e dintorni, grazie all'associazione Amici del Jazz e al Modena Jazz Festival che da anni danno l’opportunità di ascoltare musicisti di fama mondiale. «Ricordo che lo invitai a suonare a Campogalliano nel 1991 – continua Vannini - fu uno dei primi concerti che organizzavo. In quel momento assessore alla cultura era Stefano Bonaccini che appoggiò questo evento e le note che uscirono dal sax di Grossman lasciarono il pubblico senza parole».

L’amore di Grossman per la musica inizia fin da piccolo quando già a 8 anni studia il sax contralto a cui presto aggiunge il sax soprano a 15 anni e il sax tenore a 16. Debuttò come professionista nel 1969, sostituendo Wayne Shorter nella formazione di Miles Davis, con cui incise l'album A Tribute to Jack Johnson e dal 1971 al 1973 fece parte del gruppo di Elvin Jones.

Dall'inizio degli anni settanta decide di lavorare come freelance e condusse formazioni proprie, tra cui lo "Steve Grossman trio e, dopo essere approdato in Italia per lavoro dagli anni '90, lo "Steve Grossman two tenors quintet”, composto da due sassofoni tenori, pianoforte, batteria e contrabbasso, che fondò proprio a Bologna nel 2005 insieme al sassofonista italiano Valerio Pontrandolfo, con il quale ha girato i più importanti festival di jazz . Dotato di una potente voce strumentale, nella tradizione hard bop, Steve ha avuto al suo attivo collaborazioni con molti dei protagonisti del jazz contemporaneo. Ha inciso 18 album di cui è stato leader, l’ultimo “Homecoming” nel 2010 registrato a New York.

«Conobbi Steve perché lo seguivo nei suo concerti e lui, vista la mia passione e probabilmente il mio talento, decise di darmi l’opportunità di suonare con lui» racconta il sassofonista calabrese e bolognese d’adozione, Valerio Pontrandolfo che non solo suonò con Grossman nella formazione che fondarono insieme, ma divenne suo grande amico e condivise con lui per anni l’appartamento a Bologna. «Ciò che mi ha sempre colpito di lui - ricorda - è stata la sua integrità musicale, il suo idealismo e purezza nei confronti del jazz. Non amava la mondanità, anche nei momenti in cui la sua fama era alle stelle ha sempre scelto di non frequentare ambienti che gli avrebbero dato molta più visibilità di quella che aveva e avrebbero contribuito ad aumentare il suo successo.Lui diceva che se lo chiamavano a suonare doveva essere per la sua musica e non per la sua persona».

La grande sensibilità di Grossman lo aveva portato, soprattutto nei primi anni della sua vita, ad abusare di vizi ma, come ricorda Pontrandolfo: «Passati i momenti di crisi e depressione Steve sapeva rinascere, grazie alla sua intelligenza e alla sua ironia che gli permettevano di ritrovare la forza di vivere e di fare musica. Ciò che odiava Steve – conclude – era la falsità di certi ambienti musicali. Lui voleva solo salire sul palco, imbracciare il sax e suonare perché la musica era l’unica cosa che appassionava la sua anima pura». —