Allo Storchi per La mia infinita fine del mondo diretto da Lino Guanciale

Per questo spettacolo si è già scatenata una corsa al biglietto, Emilia Romagna Teatro ha deciso di riservare 20 posti - a pagamento - ai lettori della Gazzetta di Modena iscritti alla comunità NOI GAZZETTA, una sorta di diritto di prelazione che dovrà però essere esercitato entro l'8 ottobre.

Torna a Modena, in veste di regista, Lino Guanciale che dal 20 ottobre presenterà al teatro Storchi il nuovo allestimento da lui diretto, tratto da un testo di Calderon.

SI tratta di "La mia infinita fine del mondo" una drammaturgia di Gabriel Calderón appunto,  tradotta da Teresa Vila
e prodotta da Ert. Il cast prevede  Michele Lisi, Paolo Minnielli, Maria Vittoria Scarlattei, Cristiana Tramparulo, Jacopo Trebbi, Giulia Trivero.

Artista di casa a ERT Fondazione, Premio Ubu 2018 come miglior attore e Premio ANCT 2018 per la sua interpretazione ne La classe operaia va in paradiso, Lino Guanciale approda alla sua seconda regia, dopo Nozze di Elias Canetti. La drammaturgia di Gabriel Calderòn, attraverso un catalogo di alcune delle transitorie apocalissi attraversate dal pianeta e dall’umanità fin dalla preistoria, fra eruzioni vulcaniche ed ere glaciali, diluvi universali e crisi economiche d’epoca preindustriale, intrecciate al vissuto di precarietà personale di un piccolo manipolo di giovani protagonisti, intendono restituire un tableau di possibilità di relazione con la nevrosi della fine, ponendo l’accento non più soltanto sulla disperazione che il crollo di un mondo porta inevitabilmente con sé, ma sulle possibilità che si aprono ogni volta che la Storia torna ad insegnarci che nulla dura per sempre.

Per questo spettacolo si è già scatenata una corsa al biglietto, Emilia Romagna Teatro ha deciso di riservare 20 posti - a pagamento -  per la replica del 27 ottobre ai lettori della Gazzetta di Modena iscritti alla comunità NOI GAZZETTA, una sorta di diritto di prelazione che dovrà però essere esercitato entro l'8 ottobre. TUTTE LE INFO QUI

L’esperienza della fine, o la proiezione di essa in veste aspirazionale, consolatoria o orrorifica, è uno dei temi più profondi dell’inconscio individuale e collettivo. La tentazione della profezia apocalittica, l’ebbrezza o il furore millenaristici, l’afflato messianico e il piacere della paura del confronto col destino si mescolano e confondono tanto all’interno di ognuno di noi quanto nei gangli del nostro tessuto sociale e comunitario

. Quanto questa tensione naturale nei confronti del limite influenza o determina il rapporto con le strutture economiche e politiche della nostra realtà? Desideri e timori ancestrali interferiscono con la Storia? O è più forte il meccanismo contrario, per cui è la Storia a contribuire a mutarli o generarli? Su questo fronte e non solo, la crisi pandemica globale ha introdotto nuovi elementi di riflessione collettiva, fornendo l’occasione per la costruzione di una consapevolezza diffusa riguardo l’imprevedibilità del rapporto fra uomo e Natura e le relative conseguenze tanto sulla storia delle istituzioni che su quella personale. Un filo rosso lega intimamente la paura della catastrofe naturale definitiva e quella del collasso della nostra forma di vita, il sistema turbo-capitalistico attuale e la certezza di aver raggiunto un livello eternamente stabile di benessere e realizzazione appare oggi in tutta la sua inconsistenza.

Se, dunque, l’attuale condizione pandemica pare chiarire che la fine della storia, individuata dal politologo Francis Fukuyama col trionfo post 1989 del blocco occidentale e del suo modello di sviluppo su quello orientale-sovietico, può darsi per superata, quali scenari ci si presentano ora, nell’era di profonda incertezza che abbiamo davanti? Lino Guanciale Nato ad Avezzano (L’Aquila), si diploma all’Accademia