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Modena, Lucio Bruni: «Io, folgorato dal jazz da ragazzino, dico che l’Italia è all’avanguardia» 

 Luciano Bruni, con il suo Trio che vede Enrico Lazzarini al contrabbasso e Andrea Burani alla batteria, si esibirà in concerto allo Smallet Jazz Club di Modena, Abate Road 66, venerdì 23 ottobreBruni: «Ma quale capolinea... Oggi si contamina tutto. Scrivo pezzi ma non li suono in pubblico»

Luciano Bruni, con il suo Trio che vede Enrico Lazzarini al contrabbasso e Andrea Burani alla batteria, si esibirà in concerto allo Smallet Jazz Club di Modena, Abate Road 66, venerdì 23 ottobre. Appuntamento organizzato dagli Amici del Jazz Modena per la stagione autunno 2020.

Luciano Bruni, parliamo di jazz. Quando lo ha scoperto?

«Ero un ragazzino di 14 anni. Venne a casa mia, in via Carlo Sigonio, un dimostratore di organi Eko e iniziò a suonare bossa nova e altri generi, arrangiamenti estemporanei di canzoni. Rimasi folgorato dal jazz. E da lì nacque il mio amore. A casa mia non avevamo neanche un disco di jazz e non avevamo mai ascoltato musicisti jazz se non occasionalmente Sinatra, la Fitzgerald o Ellington. Anzi, quasi nessuno lo conosceva. A metà anni ‘70 in Italia si ascoltava solo Armstrong».


Come ha fatto ad avvicinarsi al jazz?

«Andai da Discoplay, un negozio di dischi che oggi non c’è più. Cominciai dal free jazz comperando un album di Cecil Taylor. Allora il free era di moda. Ho cercato di farmelo piacere a tutti i costi ma la verità è che non ci capivo niente. Mentre ascoltavo perplesso Taylor, sono incappato in un disco di Dave Brubeck, un pianista molto più accessibile. Ho iniziato a capire che nell’ambito del jazz si potevano creare note più comprensibili. Subito dopo ho scoperto quella che sarebbe rimasta la mia terna di autori preferiti: Bill Evans, Keith Jarrett e Thelonius Monk».

Quindi Brubeck è stato il suo viatico al jazz.

«È così. Ho iniziato a capire il linguaggio del jazz con “Take Five” e “Blue Rondo a la Turk”. Ho iniziato a suonarli, ci provavo, erano esperimenti embrionali. Ma, man mano, sono progredito. Poi sono passato a Evans e Jarrett, il più grande. Di Jarrett ho comperato per primo “The Koln Concert”. Mi è piaciuto così tanto che sono tornato al negozio e ho comperato “Expectations” e poi sono ritornato ancora a prendere “My Song”. Li comperavo e li ascoltavo a raffica. Poi ho scoperto Herbie Hancock, Chick Corea e Joe Zawinul».

Insomma, in pochi mesi, intorno al 1975, si è trovato nel flusso di quella grande corrente del jazz elettrico e funk che ha cambiato completamente il genere.

«Sì, un’esperienza meravigliosa, un periodo di piena creatività. Mi sono innamorato del jazz e ho iniziato a suonarlo».

Era difficile suonare jazz a Modena, allora?

«Certo, non esisteva la didattica. L’unico modo era ascoltare il disco e “trascrivere” i pezzi suonandoli sulla tastiera. Trasferire la registrazione sul pianoforte suonato, insomma. Qualche spartito si trovava, ma poca cosa, spesso pezzi standard. L’esercizio della trascrizione in ascolto è fondamentale, lo faccio ancora adesso: insegna moltissimo e fa parte della storia del jazz, delle sue tecniche di apprendimento. Anticamente il jazz era tutto a orecchio: ascoltato e suonato. Tutti i jazzisti imparavano così oppure suonando dal vivo con colleghi più esperti. Il disco è una grande scuola: è un passo che fanno tutti e non smetti più di farlo».

Quindi si è fatto le ossa a casa con un giradischi, un album e il piano.

«Sì. Dopo sono andato a lezione da Gianni Nicolini e poi da Mario Taccini. Taccini era una figura importante a Modena, di professione era commercialista ed era un ottimo pianista jazz. Allora a Modena il jazz era suonato da pochi: c’era la Emily Jazz Band e il gruppo Impulso con Glauco Zuppiroli e altri. Con Taccini come maestro ho imparato a suonare i classici con Errol Garner, Red Garland, Oscar Peterson, Tommy Flanagan e altri».

La sua passione per Thelonius Monk?

«Allora lo suonavo tantissimo. Ha scritto pezzi stupendi. E poi aveva una maniera matematica di comporre e di suonare. Dicevano che sbagliava, in realtà era un genio. Utilizzava note strutturate come la matematica. Alcune note, come la scala esatonale, era obbligato a farle. Per lui c’erano note che si potevano fare e altre no. Era un musicista rigoroso. Mi piaceva anche il modo percussivo di scandire le note sulla tastiera».

Ha mai incontrato Jarrett?

«L’ho ascoltato dal vivo parecchie volte ma non l’ho mai incontrato. E so che non ha piacere di incontrare il pubblico. È un artista riservato. Parla con la musica».

Oggi è molto influente Bred Mehldau.

«È un pianista di ispirazione jarrettiana, come Bollani e altri. Ascoltando moltissimo Jarrett e studiandolo ho preso molto da lui. Anche da Evans e da Hancock. Ma dei musicisti che ami non sai mai alla fine cosa resta e cosa trasmetti. Il loro studio è relativo rispetto a ciò che suoni realmente. Dei tre che amo nella mia musica resta comunque un influsso grande. Ogni tanto emergono. Se esce Monk, sparisce Evans: sono stili troppo diversi. Quando suono non cerco i loro suoni ma mi servono a esprimermi. Come quando si parla: si usano locuzioni particolari di riflesso. E poi mi piace molto anche la musica italiana. Soprattutto Dalla e Battisti. Non Battiato e neanche i cantautori, sono tristi. Mi piace la musica che tiene su di spirito».

Oggi il jazz offre una enorme varietà di stili ma sembra arrivato a un punto morto, come quasi tutta la musica.

«No, non è al capolinea. Il jazz italiano poi è all’avanguardia. Molti jazzisti utilizzano e mischiano jazz al pop e lo suonano anche. Oggi si mescola tutto. Negli anni ‘70 il movimento jazz è stato innovativo e travolgente ma non dimentichiamo che è stato deriso e osteggiato a lungo e non solo dai puristi. Corea, Jarrett e Hancock erano giudicati male. Oggi li abbiamo accettati e li amiamo. Il motivo è che il jazz è entrato nella musica di tutti giorni. È nelle orecchie delle persone comuni, mentre allora non era capito. Dicevano che era troppo difficile, era una musica troppo distante dalla vita quotidiana e dalle nostre tradizioni. Oggi tutti i musicisti pop conoscono il jazz e a volte lo suonano. C’è contaminazione: io la amo e la condivido. Il jazz è una maniera di pensare adattabile a qualsiasi musica. E a proposito di musicisti: Andrea Lazzarini e Enrico Burani suonano con me da più di quarant’anni. Sono fiero di suonare con musicisti di così alto livello e, non meno importante, amici fraterni».

Perché lei è solo esecutore e non scrive pezzi suoi? Sembra uno spreco di talento.

«In realtà li scrivo ma non li suono in pubblico. La verità è che i miei pezzi non mi soddisfano mai. Mi piace arrangiare i pezzi di altri. E poi il pubblico ama di più sentire ciò che già conosce». —