Modena, Lucia, direttore di fotografia a Hollywood: «Un sogno realizzato a costo di tanti sacrifici»

I suoi cortometraggi in concorso per diversi festival. E durante il lockdown una web serie. «Ma Modena mi manca»

MODENA. In principio furono due vecchie macchine analogiche. «Un regalo di mio padre. Sin da bambina ero affascinata dalla fotografia. Poi però mi sono resa conto che l’immagine fissa non mi bastava. Guardavo molti film e…». Ed è proprio in quelle pellicole che, per la prima volta, Lucia Rinaldi ha intravisto il suo futuro. Senza però ancora immaginarsi nel ruolo di direttore della fotografia. E non in un luogo “qualunque”. Bensì nel sancta sanctorum del cinema. A Hollywood e dintorni, per intenderci.

Nata e cresciuta a Modena, di recente entrata nella rosa dei “talenti emergenti” individuati dalla British Academy Film Awards (BAFTA), Lucia oggi veste i panni di photography director freelance. Con notevole tenacia combatte ogni giorno la propria battaglia di giovane artista under trenta a Los Angeles.


Al momento si trova a Denver, Colorado, dove sta girando il suo lungometraggio numero uno, Say something funny. «È la prima volta che riesco a muovermi da Los Angeles. Qui dobbiamo ancora fare i conti con varie forme di lockdown. Il mio percorso? Dopo essermi diplomata a Modena al liceo Carlo Sigonio, ho studiato Media Design all'Accademia di Belle Arti di Milano. Come studentessa Erasmus ho anche frequentato l’University of Creative Arts di Canterbury. Sono stata poi selezionata nel 2017 dall’American Film Institute (AFI) per partecipare ad uno dei master più competitivi negli Stati Uniti. Serve una buona dose di coraggio per raccogliere un simile guanto di sfida. Un salto nel vuoto con un paracadute poco affidabile…. Sebbene mi abbiano sempre sostenuto, la pensavano così anche i miei genitori. Quando sono partita avevo 26 anni. L’idea che volassi oltreoceano li atterriva. Tanto che mi regalarono lo spray tascabile per l’autodifesa. Mia madre ha persino versato qualche lacrima. Dal canto mio, ero determinata a dare un calcio alla paura. Ammetto che adattarmi ad un panorama ai miei occhi così ampio, diverso – camminavo, camminavo e mi sembrava che le strade fossero tutte uguali - non è stato semplice. Lo stesso dicasi in merito alla vita sul set. Neppure sapevo che ai direttori della fotografia, in nome dell’invisibilità, venisse caldamente consigliato di vestirsi di nero. Qui l’addestramento è di tipo militare e la divisione dei ruoli nettissima. Ho dovuto imparare a comportarmi di conseguenza. Sul set è normale comunicare attraverso alcuni codici. Codici che ci ho messo del tempo a metabolizzare. Poi però, una volta che riesci a “costruire” il tuo team… beh, il rigore esasperato tende un po' a scemare».

Hai mai pensato di gettare la spugna?

«Nessuno lo confessa, ma lo sconforto è sempre in agguato. Capita spesso di non sentirsi all’altezza della situazione. A me è successo mentre frequentavo l’AFI. Subito, il primo semestre. Le matricole infatti sono tenute a realizzare tre cortometraggi da presentare in classe. La reazione dei miei compagni? Mi hanno massacrato con i loro commenti. Funziona così, è una sorta di terapia d’urto. Il confronto fu durissimo, ne uscii a dir poco avvilita. Tanto da chiedermi: ma che ci faccio qui? Oltretutto l’ambiente è ancora molto maschilista. E se sgarri sei fuori».

Lei però ha stretto i denti senza mollare l’osso. È andata così?

«Già. Al prezzo di molti dubbi e altrettanti sacrifici nel 2019 ho conquistato il Master in Fine Arts. So che ho ancora molto da imparare ma, forte di un lungo periodo di lavoro full immersion tra set e lezioni sull'arte del cinema, ora mi sento più sicura, più centrata. Lo scorso anno ho portato a buon fine due cortometraggi, The F word e Witchin, che oggi sono entrambi in concorso in diversi festival cinematografici. Negli Stati Uniti, in Europa, in Asia».

Come sta affrontando la convivenza con il Covid -19?

«La pandemia ha rallentato ogni attività programmata. Nonostante ciò durante la quarantena ho partecipato ad un progetto importante. Una breve web series, che per contenuti credo non abbia eguali. Battezzata Art Broken , arte spezzata, la serie narra la fine di una relazione. Una rottura che avviene in totale isolamento, ossia nel periodo di maggiore ferocia di Covid. Allora lavorare era quasi illegale. Motivo per cui la nostra troupe, limitata al minimo, ha dovuto seguire regole durissime. È stata un’esperienza eccezionale che porterò sempre con me. Superato il momento apocalittico ora la situazione è un po’ migliorata. Ma certo non ne siamo ancora usciti».

Quanto le manca Modena?

«Tanto. Mi manca la sua dimensione familiare, quasi di “villaggio” se mi consentite il termine. Mi manca Modena perché è casa». —



Nelle foto in alto, Lucia Rinaldi al lavoro sul set e nel backstage. Nelle immagini più piccole, fotogrammi dei suoi cortometraggi “The F word” e “Art broken”.
 

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