Modena, Longhi, addio con orgoglio a Ert: «Teatro vivo con cantieri aperti»

Dopo la nomina alla guida del Piccolo, il direttore del Teatro Nazionale di Modena fa un bilancio del lavoro svolto, ma evita di delineare l’identikit del successore

MODENA. Il 30 novembre sarà l’ultimo giorno di Claudio Longhi all’Ert. Dal primo di dicembre inizia la sua avventura milanese presso il Piccolo Teatro-Teatro d’Europa, per cui l’ormai ex direttore ha voluto incontrare la stampa, sostanzialmente per rendere pubblico il proprio saluto finale all’ambiente che di fatto lo ha portato ai vertici del teatro italiano. Su Zoom, ovviamente, in ragione della situazione di emergenza in atto, ma questo non ha impedito lo svolgersi di una lunga conversazione dove si è parlato del suo stato d’animo, si sono moltiplicati i ringraziamenti, ma si è anche fatto il punto su quello che è stata per lui l’esperienza con Ert, cosa sente di averne ricevuto, di averle dato e, di conseguenza, lasciato. Non si è riusciti invece ad ottenere alcuna informazione circa il futuro della realtà che abbandona, non ritenendosi Longhi «la persona giusta cui porre queste domande», mentre il rispetto per le istituzioni lo ha portato «a dire che è una competenza esclusivamente loro quella di individuare la figura che dovrà divenire il nuovo direttore». «Per quello che riguarda il capitolo “bilanci” non credo di essere io la persona giusta che dovrebbe farlo», ha poi continuato. «Posso dire che per un verso sono molto legato al fatto di avere accompagnato la Fondazione nel salto compiuto nell’ultimo quinquennio, quello della “promozione” a Teatro Nazionale. Ho cercato il più possibile di dare alla struttura quell’assetto organizzativo che produttivamente e artisticamente Ert si è trovata di fatto a dover completare: un enorme sforzo che ha avviato un processo di cui mi sento fiero ed orgoglioso. Spero anche di consegnare molti cantieri aperti, perché il teatro è vita, e come tale si esprime attraverso operatività in divenire. Penso alla mole di lavoro messa in campo nella relazione con le scuole, al sistema avviato di didattica teatrale integrata, all’impegno sul fronte della drammaturgia, che mi è caro, con più di venti volumi di “Linea” pubblicati in un triennio, e prima della fine dell’anno usciranno altri testi. Questo è un risultato importante, per un teatro nazionale, che obbligatoriamente deve dialogare con comunità diversificate. Penso anche a tutto il fronte del teatro di comunità messo in campo, che ha aperto e rivitalizzato dialoghi. Tutte questo cose per me valgono come stimoli per reinventare un cantiere che deve adattarsi a quello che accade, come è avvenuto ad esempio col progetto di “Ert on air”. Assieme al dialogo con la realtà internazionale, come è sempre stato nella tradizione di Ert, mi piace pensare possa restare un patrimonio di idee, di suggestioni su cui impostare una futura riflessione, anche dovessero cambiare internamente le cose».

Ma all’atto pratico, cosa succederà, ora?


«Devo dire che da subito, quando ho avviato il confronto col Piccolo, mi è stata chiesta un’immediata disponibilità a Milano, ma non potevo non porre il problema della struttura che avrei lasciato, per cui abbiamo immaginato, a partire da dicembre, a un accompagnamento per lo stretto immediato in attesa della nomina di un nuovo direttore, verso cui dovrà avvenire un passaggio di consegne il più possibile in armonia. La mia rimane dunque una messa a disposizione per una fase di transizione che è sempre strutturalmente complicata, a maggior ragione lo è attualmente nella tempesta in cui ci troviamo. Scendendo nello specifico, per la continuità degli impegni posti in atto, come nel caso dei rapporti coi drammaturghi e la compagnia stabile, esiste un impegno nei loro confronti che è stagionale, con attività calendarizzate fino alla fine di maggio, poi spetterà a chi verrà decidere in merito. Peraltro, nella situazione di grande precarietà e incertezza in cui ci troviamo suppongo che si cercherà magari in un primo momento di attestarsi per un po’ sull’attuale galassia».

Cosa le ha fatto mutare idea, questa estate, visto che in un primo momento aveva rifiutato l’invito del Piccolo?

«In estate c’era una versione un po’ diversa dello scenario complessivo entro cui ci troviamo, poi le cose sono assai mutate. Credo che il Piccolo di Milano abbia una funzione cruciale di tenuta dell’intero sistema teatrale italiano e ho ritenuto che il superamento della crisi istituzionale del Piccolo fosse un passaggio nodale per la tenuta dell’intero sistema». —