“La mia infinita fine del mondo” spettacolo piacevole tra nevrosi quotidiane e apocalissi che incombono

Il pubblico, nelle prime serate in cui è rimasto aperto lo Storchi, ha comunque mostrato di gradire l’operazione nel suo complesso, con lunghi applausi finali.

MODENA Non è cosa di poco conto la ricognizione che Emilia Romagna Teatro sta compiendo sulla drammaturgia contemporanea che la ha portata ad affidare a Lino Guanciale, giunto alla sua seconda regia di prosa, un interessante testo di Gabriel Calderon, “La mia infinita fine del mondo”, pure pubblicato come 21° volume della collana “Linea”.

In scena dalla settimana scorsa al Teatro Storchi, dove doveva restare fino all’1 novembre, per poi passare al Teatro Fabbri di Vignola, lo spettacolo è peraltro attualmente in stand by, con le repliche bloccate dall’ultimo DPCM anti-covid 19. Vale comunque la pena di parlarne perché immaginiamo che non gli mancherà una vita futura, una volta ritornate le condizioni per riaprire le platee teatrali.

“La mia infinita fine del mondo” è un’opera che pone in relazione la complessità di un quotidiano afflitto da nevrosi e disperazione con le transitorie apocalissi che, attraversando la storia del mondo, lasciano solchi profondi nell’immaginario collettivo dell’umanità, alle prese con il dolore di ricorrenti catastrofi e la necessità di sopravviverne.

Attorno alla storia di una famiglia segnata dalla sopravvivenza di una nonna- megera-immortale che ne condiziona l’esistenza si aggrovigliano brevi episodi apocalittici, quali la caduta del meteorite che provocò la scomparsa dei dinosauri, il diluvio universale, l’eruzione di un vulcano, una catastrofe nucleare in un futuro fantascientifico tendente al distopico.

Partendo dalla riflessione collettiva imposta dalla pandemia e dalla crisi globale che essa sta comportando, autore e regista in sostanza ci invitano ad un viaggio tra i meandri che fungono da scheletro del tessuto sociale ed economico per coglierne le intime peculiarità, alla ricerca di risposte a temi come “quanto interferiscono sulla Storia desideri e timori ancestrali?”, oppure “è più forte il meccanismo contrario, per cui è la Storia a contribuire a mutarli o generarli?”, culminando nel quesito che verrà di conseguenza, una volta superata l’attuale fase pandemica: “quali scenari ci si presentano ora, nell’era di profonda incertezza che abbiamo davanti?”

Tanta carne al fuoco, dunque, in uno spettacolo che ha delle sane ambizioni e nonostante lo spessore delle argomentazioni ha una buona scorrevolezza nel dipanare i temi sviluppati. Restano peraltro alcuni dubbi sulla piena maturità della compagnia di attori, chiamati ad una piccola impresa: l’essenzialità, probabilmente esagerata, della scenografia (bello lo schermo che amplifica le parole della vecchia, molto meno la scaletta da imbarco aereo che fa da perno totemico della rappresentazione) richiederebbe interpreti in grado di esser loro a riempire la scena, ma purtroppo non è ancora così, e di questo lo spettacolo un po’ risente. Ma il pubblico, nelle prime serate in cui è rimasto aperto lo Storchi, ha comunque mostrato di gradire l’operazione nel suo complesso, con lunghi applausi finali.