Contenuto riservato agli abbonati

Cazzullo: «Dante ai tempi di Covid. Se un viaggio all’Inferno può far bene a noi italiani»

Il giornalista e scrittore presenta oggi in diretta streaming “A riveder le stelle” «Una delle cose più straordinarie, a mio avviso, è la concezione modernissima della donna»  

Molti di noi sono “a digiuno” di Divina Commedia dai tempi della scuola. Allora perché tornare a confrontarci con Dante nel 2020? Cosa può insegnarci un poeta vissuto sette secoli fa mentre siamo impegnati a fronteggiare una pandemia? «La generazione successiva a quella di Dante fu spazzata via dalla peste nera ma quella dopo ancora fece il miracolo del Rinascimento» risponde Aldo Cazzullo che, nel suo “A riveder le stelle”, ha ripercorso il viaggio del sommo poeta nell’Inferno. «Rileggerlo in questi mesi può essere confortante perché ci ricorda che ce l’abbiamo sempre fatta e che ce la faremo anche questa volta. E poi ci rende anche un po’ più consapevoli di noi stessi».

Dunque diceva che la pandemia ai tempi di Dante non era una “sorpresa”, così come è stata per noi...


«Sì, e anche nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge, c’è una scena terribile nella quale i falsari, distrutti dalla malattia, si sostengono a fatica reciprocamente schiena contro schiena. È vero che Dante racconta la sofferenza e la fragilità dell’uomo ma ci rende anche consapevoli di chi siamo, di quello che abbiamo fatto e che possiamo ancora fare. Oggi sembra quasi che essere italiani sia una sfortuna, io credo invece che sia un’opportunità e una responsabilità: quella di essere all’altezza di un patrimonio unico al mondo di arte, di bellezza e di cultura. E qui potrei fare l’esempio di Modena, e non lo dico perché adesso porterò lì il mio libro ma perché la conosco bene».

Come mai?

«Mio padre ci ha lavorato per sette anni. In Italia ci sono posti particolarmente straordinari e tra questi c’è Modena: una città in cui nascono le cose, dove le cose succedono prima che altrove. È la casa della Ferrari, di Pavarotti, Vasco Rossi, Massimo Bottura e di altre eccellenze come il Forum Monzani, uno dei pochi posti in Europa dove si può trovare tanta gente così attenta, competente e sensibile. Nel libro io cito una lettera meravigliosa che un modenese, Ciro Menotti, scrisse alla moglie mentre era imprigionato nella fortezza austriaca a Mantova in cui lo aveva rinchiuso il Duca di Modena. Chiedendo alla moglie di spiegare ai figli chi era loro padre appena avrebbero avuto l’età per capirlo, Menotti scrive “dirai loro ch’era uno che amò sempre il suo simile”. Questo mi ha fatto pensare: non una parola di odio per i carnefici ma solo un profondo senso di amore per l’umanità, per la libertà, per la patria. Sono così i nostri eroi nazionali».

«Dante è il poeta che inventò l’Italia»: sono le prime parole con cui descrive il suo libro. E poi, ancora, «ci ha dato soprattutto un’idea del nostro Paese». Quale?

«Dante fu il primo a parlare di Italia che naturalmente per lui non era uno Stato ma un sistema di bellezza e di valori. Ed è proprio dalla cultura, dall’arte e dai versi di Dante che nasce l’Italia, non dalla politica e dalla diplomazia. Nel libro cerco di raccontare i luoghi descritti da Dante ma anche quello che è successo in quei luoghi. Alcuni lui li ha visti di persona, come l’Arsenale di Venezia, il Lago di Grada, il Mincio, Mantova, la Pietra di Bismantova, la Romagna, dove ha vissuto. Ma in altri posti non c’è mai stato, ad esempio sull’Etna o nello Stretto di Messina. Eppure è straordinario come, da grande reporter, narra luoghi in cui non è andato o esperienze che non ha vissuto».

Ad esempio?

«Quando Dante deve scendere la cascata infernale dell’Acheronte, insieme a Virgilio sale sul drago Gerione. E descrive il volo. Racconta di volteggiare su questo drago come se volasse su un deltaplano o su un aliante. Non ha mai volato, ma descrive il vento in faccia, la paura del vuoto, l’istinto di aggrapparsi stretto a Virgilio».

Parliamo del viaggio all’Inferno e dei personaggi. Qual è stato l’incontro di Dante più stimolante da raccontare?

«Quello con Ulisse, l’eroe della conoscenza, l’uomo che non si accontenta, che non resta nella sua isola ma si mette in mare e viaggia oltre le Colonne d’Ercole per vedere cosa c’è al di là dell’orizzonte. Ma senza la fede e senza Dio per Dante non c’è salvezza, e infatti Ulisse farà una brutta fine... il naufragio. Eppure in qualche modo la rotta era stata tracciata e, più di un secolo e mezzo dopo la morte di Dante, Cristoforo Colombo prenderà il mare sulla rotta dell’Ulisse dantesco e farà una scoperta che cambierà la storia».

Che ne pensa delle donne raccontate da Dante? Didone, Cleopatra, Elena di Troia, Francesca, ad esempio, sembrano tutte dominate dalla passione sensuale ma al di là dell’ambito affettivo non vanno a commettere “grossi” peccati...

«Queste donne sono tutte nel girone dei lussuriosi. Francesca rappresenta quell’amore carnale che Dante ha conosciuto e anche quello per la letteratura cortese, che fa parte della sua biografia. La cosa straordinaria però è la sua concezione modernissima della donna. Mi spiego: la Beatrice del Paradiso non è più la donna angelicata ma una donna di grande personalità, che sprona Dante, lo rimprovera, lo aiuta, lo porta dal Purgatorio fino a Dio, lo salva. In un tempo in cui si discuteva se la donna avesse o meno un’anima, per lui è la donna che salva l’uomo, la specie umana. E a questa sua idea ripenso tutti i giorni quando leggo le cronache della pandemia».

Cioè?

«Le cronache di questi mesi sono costellate da infermiere, dottoresse, farmaciste, poliziotte, insegnanti, nonne che si occupano dei nipoti. E i governi che hanno gestito meglio la pandemia sono guidati da donne, la solita Angela Merkel in Germania, ma anche Taiwan, Nuova Zelanda, Islanda, Finlandia... Le donne sanno prendere decisioni che guardano lontano e sono coloro che si prendono cura. Attenzione però: la cura non è qualcosa che sminuisce, ma innalza, è una forma di potere. Oggi che abbiamo capito che la terra non è immortale, tocca a noi, uomini e donne insieme, prendercene cura. E questo Dante lo aveva intuito». —