Mariapia Veladiano a Etimologie: «Le scuole restino aperte Le lezioni a distanza creano disuguaglianze»

La professoressa Mariapia Veladiano affronta un tema fondamentale in epoca Covid «L’insegnamento di “prossimità” ha presa assai scarsa sulle famiglie più disagiate» 

MODENA Nel 2014 pubblicò “Parole di scuola”. Oggi la filosofa e teologa Mariapia Veladiano. seguitissima scrittrice sin dal suo primo libro “La vita accanto” (che le valse, tra l’altro, il secondo podio al Premio Strega) è proprio con quella parola magica, scuola appunto, che è chiamata da Ert a confrontarsi. Nell’ambito della rassegna online battezzata “Etimologie”, progetto di Emilia Romagna Teatri Fondazione con RaiRadio3 con il contributo di Unipol.

Scuola: dal greco scholè. Al secolo “tempo libero”, ovvero congedo momentaneo dalle fatiche quotidiane in nome dello studio. Un po' ozio, un po' esercizio della ragione. Fu Carlo Magno grazie alla schola palatina di Aquisgrana (locus pubblico ante litteram) a declinare la scuola in moderna istituzione. Non suona un caso che Ert abbia affidato la parola in questione, vera e propria “patata bollente” sulla tavola imbandita dal coronavirus, al pensiero, nonché all’eloquio, della professoressa Veladiano. E che, ormai scrittrice a tempo pieno, vanta sulle spalle anni di insegnamento.


Parliamo dunque di scuola, argomento che il Covid 19 ha reso attuale.

«Il primo giorno di scuola coincide con la prima volta in cui si esce davvero da casa. Un’uscita fisica ma anche simbolica. È la conquista dell’autonomia da parte dei ragazzi. L’educazione per lungo tempo è stata elitaria. Poi però la scuola “fuori”, ovvero pubblica, seppur in modo imperfetto ha coltivato il principio di uguaglianza. Oggi invece siamo testimoni di un rovesciamento: la scuola torna “dentro”, in una nicchia ancora una volta pressoché d’élite. E si propone di insegnare tra le mura domestiche. Il che se da un lato vanta alcuni aspetti positivi, ad esempio quello di un legame che non si interrompe, dall’altro porta a corredo una componente di rischio: il dilagare della disuguaglianza».

Ne deduciamo che lei non individui nella didattica a distanza un reale valore aggiunto. È così?

«I dati del ministero raccontano che, durante il precedente lockdown, mezzo milione di studenti non è stato raggiunto dalla didattica a distanza. Definizione, didattica distanza intendo, cui peraltro sono refrattaria. Trovo che DAD sia un acronimo terrificante. Vi dispiace se parliamo di scuola di prossimità? Non è puro vezzo semantico. La distanza allontana, la prossimità corteggia la vicinanza. Evoca una scuola vicina seppur mediata dall’inevitabile utilizzo della tecnologia. Comunque, tornando ai dati del ministero, nei fatti pare che i numeri siano ben più consistenti. E che narrino tutta un’altra storia. Ossia che oltre un milione di ragazzi – un milione su otto – non ha avuto l’opportunità di seguire le lezioni online. Vuoi per le difficoltà di connessione, vuoi per la mancanza di strumenti tecnologici adeguati. Ma anche, forse soprattutto, per una questione squisitamente sociale»

Vogliamo approfondire? «Laddove, in seno cioè alle stesse famiglie, esiste un profondo disagio economico e sociale, la scuola di prossimità ha presa assai scarsa. E poco incide il fatto che pure bussi alla porta un tablet fornito dalla Stato, o da chi per lui, in modo gratuito. Solo l’obbligo di recarsi fisicamente in aula può, perlomeno in parte, compensare un vuoto culturale in termini di formazione. In una famiglia disagiata quale genitore, quale figura di riferimento è infatti in grado di prestare attenzione al percorso scolastico in remoto dei propri figli? Chi - e come - può sincerarsi che seguano davvero le lezioni sul computer? Ecco dunque spiegato quel milione di bambini e giovani che in questi mesi ha fatto poco o nulla. Il che nutre la disuguaglianza».

Quindi come suggerisce di correre ai ripari?

«Bisogna mettere in campo ogni sorta di sforzo per mantenere aperte le scuole, soprattutto per i più piccoli. Senza dimenticare la ricaduta della Dad sulle famiglie stesse, in particolare sulle donne. Che, come ben sappiamo, in questo lungo periodo di emergenza sanitaria e sociale causata dalla diffusione del virus sono state vieppiù penalizzate. Perché gravate di ulteriori pesi e lasciate in balia di un quotidiano in tempesta senza alcun salvagente cui aggrapparsi. Quasi del tutto prive di tutela. Motivo per cui occorre tenere il punto per gli allievi più piccoli. Ne va dell’equilibrio del nucleo familiare».

Sempre nel rispetto delle norme anti-Covid è lecito che i ragazzi rivendichino il proprio diritto alla scuola in presenza?

«Senza dubbio. In tempo di guerra i bambini continuarono a sedersi ai banchi di scuola. Nonostante le bombe. Dobbiamo investire sulla fiducia, recuperare gli studenti abbandonati a sé stessi senza illuderci che sia andato tutto bene. Bisogna puntare sull’abnegazione di tutti quei validi insegnanti che mossi da spontanea iniziativa si sono presentati sotto casa dei propri alunni. Spinti dalla volontà di distribuire materiale indispensabile per la formazione. È accaduto nei paesi di modeste dimensioni ma può funzionare anche in un’accezione più ampia».

In sintesi qual è dal suo punto di vista lo scopo della scuola?

«È scritto nell’articolo 3 della Costituzione. Il compito della scuola è rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e l’uguaglianza. Un’uguaglianza concreta, reale, vera. La mia esperienza? Sono stata docente e preside per molti anni. Ho vissuto sulla mia pelle – che poi è la pelle degli studenti – l’enorme confusione generata dalle norme neonate che spuntavano come funghi. Prima ancora che la norma precedente avesse beneficiato del necessario tempo di rodaggio, ossia 5 anni, per risultare efficace. La scuola dovrebbe essere chiamata a farsi tutta sostanza, senza distrazioni burocratiche. Del resto siamo figli di una burocrazia borbonica della cui indelebile impronta non riusciamo a liberarci. Burocrazia che però lascia varchi creativi ove ci si può insinuare per realizzare progetti meravigliosi. Certo, tutto ciò comporta una fatica degna di Sisifo per molti presidi e insegnanti. Ma ancor prima la ferma volontà di non arrendersi». —